Romero… declassato?

Romero_SobrinoI lettori più attenti di Nigrizia ricorderanno che, nel numero scorso della rivista, una pagina metteva in evidenza cinque titoli Emi su mons. Romero. Era accaduto che il 3 febbraio, memoria di sant’Oscar, il competente dicastero vaticano aveva promulgato il decreto di beatificazione di Óscar Arnulfo Romero: la notizia in casa Emi aveva fatto di colpo velocizzare l’edizione italiana dell’ultimo volume di Jon Sobrino su Monseñor. A marzo è poi venuto l’annuncio della data della cerimonia, 23 maggio, e un altro volume in lista d’attesa (che non era presente nella suddetta pagina) ha goduto a sua volta di un’accelerazione. Quest’ultimo consiste in testi inediti dell’Arcivescovo − stralci di lettere indirizzate a laici e religiosi, uomini e donne, persone colte e gente semplice, che si rivolgevano a lui per mille e un motivo − organizzati e commentati da colui che ne fu il segretario, Jesús Delgado Acevedo, oggi vicario generale della diocesi salvadoregna.

Sobrino è il teologo che per una coincidenza sfuggì, nel 1989, all’eccidio di sei gesuiti come lui nell’Università Centroamericana. Scrisse il primo, lungo testo su Romero a cadavere ancora caldo, potremmo dire. È così diventato il bersaglio di coloro che, dalla sponda “teologica” opposta, lo accusano di aver manipolato Monsignore: già in vita, influenzandolo con le sue idee, e poi da morto, propugnando una vulgata “liberazionista” della vita e del messaggio di un santo prete che in realtà non aveva mai preso in mano un testo dei teologi della liberazione.

Nel suo nuovo libro, Romero, martire di Cristo e degli oppressi, l’autore confuta l’accusa e ribadisce al contempo la sua lettura di Romero, ucciso non per sbaglio o per imprudenza ma al termine di un cammino di vita in costante “discernimento degli spiriti” (chiave di lettura tipicamente ignaziana, evidente anche se solo tra le righe). La luce da cui fa discendere la sua interpretazione del martirio è la semplice ma non banale frase di un contadino: «Ha detto la verità. Ha difeso i poveri. Per questo lo hanno ucciso».

Di Sobrino l’Emi ha pubblicato tempo fa anche Scrivo a te, fratello martire, la sua raccolta di lettere indirizzate post mortem a “Ellacu”, Ignacio Ellacuría, collega all’Università e amico, con lui coautore di Mysterium liberationis. Anche qui risalta la figura di Romero, come ci si può aspettare.

Anche i soli cenni fatti lasciano intravedere il perché della durata della causa di beatificazione, aperta a livello romano “solo” nel 1997. Oltre a essersi trovato nel cuore di conflitti cruciali − socio-politico-militari ed ecclesiali − egli stesso è stato a suo turno (e crediamo lo sia ancora) “causa” di conflitto, ancorché non armato. O, in termini biblici, «segno di contraddizione». Lo testimonia, tra l’altro, il volume degli atti di un convegno di alto livello svoltosi a Milano nel 2005 (Oscar Romero. Storia − Memoria − Attualità). Interventi che in maniera anche diretta talvolta “si danno sulla voce”, come quelli di José María Vigil e di María López Vigil che contestano la visione, secondo loro a tratti edulcorata, di Roberto Morozzo della Rocca. Altri contributi sono veri e propri saggi storici sul Salvador, sul contesto centroamericano e internazionale, sulla chiesa del tempo.

E ci sono anche due titoli di carattere diverso: teologico e catechetico, rispettivamente di Antonio Agnelli e di Armando Márquez Ochoa. Gli autori in realtà non fanno che selezionare, montare e commentare nelle specifiche chiavi da loro scelte le parole di Romero, che rimangono dunque la sostanza di queste opere.

Anche se fuori catalogo, sarebbe un peccato tralasciare, in questo excursus (comunque incompleto) sulla produzione romeriana dell’Emi, altri due titoli. Il primo, Mons. Romero, martire della Chiesa, uscito nel 1983 in coedizione con Tempi di Fraternità e firmato da Plácido Erdozaín, è una rivisitazione di Monseñor nata nell’ambiente di “La Nacional”, il gruppo di preti salvadoregni molto di base che ammettono di aver reagito male alla nomina del nuovo arcivescovo − gli riconoscevano, se non altro, l’«onestà» − fino a poi considerarlo il loro eroe, il «martire della chiesa popolare».

L’altro libro è della già citata Vigil, un mosaico di testimonianze di molti che lo conobbero e da cui emergono con immediatezza anche le titubanze di Romero. Come nel caso dell’apertura di credito che fece al governo golpista dell’autunno 1979, ma che seppe poi rimangiarsi. Perché era «un vescovo educato dal suo popolo», come disse di lui il cardinal Martini. Ora, questo libro, per uno di quei misteri che talora abitano il mondo dell’editoria, fu stampato (1997) e mai distribuito; venne ripreso otto anni più tardi da un’altra editrice con il titolo Monsignor Romero. Frammenti per un ritratto.

E adesso Romero è ormai sugli altari. Una “vittoria”, ma più per la chiesa, che così onora infine un suo vecchio debito, che non per lui. Perché il neo-beato − come cantò all’indomani dell’assassinio dom Pedro Casaldáliga − è già «San Romero d’America, pastore e martire nostro: / nessuno farà tacere la tua ultima omelia!».

Cliccando qui trovi una mia intervista (22′) all’emittente modenese TRC su Romero.

• Aggiungo il link a una bella intervista concessa a Famiglia Cristiana da Jesús Maria Delgado, già segretario di Romero, curatore di una raccolta di testi dell’arcivescovo: «La Chiesa non può stare zitta» (Emi, 2015). L’intervista, pubblicata il 14/10/2015, è titolata: «Quando papa Wojtyla disse a Romero: “Attento ai comunisti”. Poi capì»

Altri due titoli Emi su Romero, di carattere catechetico o devozionale, sono: Con Romero sui passi della fede e una Via Crucis con Mons. Romero
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Un pensiero su “Romero… declassato?

  1. Così sul Corriere della Sera il 30/12/2015: «Il martirio di Romero non fu solo nel momento della sua morte, iniziò prima con le persecuzioni e continuò dopo: non bastava che fosse morto: fu diffamato, calunniato, infangato». Papa Francesco parla ai pellegrini del Salvador, in Vaticano per ringraziarlo della beatificazione dell’arcivescovo ucciso sull’altare nel 1980 dagli squadroni della morte. Il martirio di Romero, sottolinea il Pontefice, continuò anche dopo la sua morte per mano «dei suoi fratelli nel sacerdozio e nell’episcopato». «Solo Dio – ha voluto spiegare Francesco – sa delle storie delle persone che già hanno dato la vita, che sono morte e ancora sono lapidate con la pietra più dura che c’è nel mondo, la lingua».

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