La collera dei poveri

La torrida estate che ci lasciamo alle spalle sarà ricordata – oltre che per la crisi economica della Grecia – soprattutto per le reazioni scomposte suscitate in Europa dall’ondata migratoria proveniente dall’Africa. La televisione e internet ci hanno mostrato situazioni che faremo fatica a dimenticare: il blocco al Brennero, i bivacchi alla Centrale di Milano, gli scogli di Ventimiglia, unitamente agli scandali dei centri di accoglienza da Mineo a Roma… Immagini e notizie che hanno alimentato emozioni contrapposte, indignazioni e razzismi: a livello mediatico, popolare, politico. Molto è stato detto – cronache e analisi e anche proposte (i “corridoi umanitari” di Sant’Egidio/Chiese evangeliche) –, tanto che pare difficile aggiungere contributi originali. Ci limitiamo, avendo la nostra rivista l’Africa nel Dna (ma non le competenze o la pretesa di conoscere le soluzioni), a fare non una pia dichiarazione in più, ma una constatazione.
Ci torna alla mente quell’espressione, vecchia di quasi cinquant’anni, di un papa che non aveva lo stile di quello attuale, ma che suona non meno incisiva: la «collera dei poveri». Era il 1967 e l’Occidente era sull’onda lunga del boom economico quando Paolo VI venne a provocare le coscienze delle nuove generazioni di consumatori: «Il superfluo dei Paesi ricchi deve servire ai Paesi poveri. La regola che valeva un tempo in favore dei più vicini deve essere applicata oggi alla totalità dei bisognosi del mondo. I ricchi saranno del resto i primi ad esserne avvantaggiati. Diversamente, ostinandosi nella loro avarizia, non potranno che suscitare il giudizio di Dio e la collera dei poveri, con conseguenze imprevedibili».
Ci fu chi credette di scorgere, in quella paventata esplosione di ira collettiva, una sorta di imminente assalto al Palazzo d’Inverno su scala globale. E se quella collera stesse invece esplodendo adesso, sotto forma di migrazioni di massa? “Adesso” per noi dell’Europa, ché la frontiera Messico-Usa, per citare solo quella,  assiste da anni a flussi più spettacolari dei nostri. Ma il nostro “adesso” è certamente appena l’inizio. Di uno scenario da un milione di “profughi ambientali” dall’Africa parlava la grande stampa almeno dieci anni fa; uno studioso come Paul Collier oggi stima essere pronto all’esodo il 40 per cento degli abitanti dei Paesi poveri.
Dovremmo solo ringraziare che le avanguardie della rivoluzione in atto siano così silenziose e gentili, così poco “colleriche”, pronte a morire loro, in uno dei cento modi possibili lungo la traversata, piuttosto che a far violenza. Non sono portatori consapevoli di nemesi storiche. Ma è, di fatto, una nemesi. I nodi di secolari politiche di «inequità» (schiavismo, colonialismo e neocolonialismo, neoliberismo, corruzione… fino all’odierno land grabbing), quando non belliche (distruzione della Libia), vengono ora al pettine delle migrazioni. Davvero qualcuno può credere che altri muri o nuove complicanze burocratiche potranno fermare l’assalto al cielo di chi fugge da «tanta “miseria immeritata”» (ancora Paolo VI nella Populorum progressio)?
 pubblicato su AFRICA 5/2015
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