La foto di Aylan

Murat Sayin

Immagine di Murat Sayin su “The Indian Express”

Contrario ad ogni fondamentalismo, sono antifondamentalista anche in questo campo. Se è  sacrosanta la linea di non pubblicare immagini (fisse e/o in movimento) di violenza efferata, e quelle che ritraggano minori specie se in situazioni di disagio, sono anche convinto che bisogna giudicare caso per caso, e che ci può essere ogni tanto un’eccezione.

La foto al centro del dibattito di questi giorni la trovo potente (e, come già hanno detto subito tutti, “iconica”, “un simbolo”…) proprio perché in fondo non mostra quasi “niente”. Un bambino – di cui non vediamo il viso –, vestito bene (scarpine comprese), sulla battigia. Certo capiamo che è morto, e morto drammaticamente (sia per la sua posizione sia per il contesto che conosciamo). Ma non ci sono altri elementi a infierire: sangue, ventre gonfio, vestiti laceri, espressioni di disperazione degli astanti… Aylan è in una solitudine che fa pensare che si tratta di “quel” bambino (abbiamo presto saputo anche il suo nome e cognome) e al tempo stesso di ogni altro bambino in situazione analoga, e di interi popoli che stanno vivendo la tragedia della fuga.

Si potrà dire: ma vediamo ogni giorno, da anni e con intensità crescente negli ultimi mesi, immagini di disperati che si accalcano alle porte dell’Europa, e non ci siamo mossi, o poco e male (qualcuno tirando su nuovi muri). Perché questa dovrebbe cambiare qualcosa?

Non cambierà niente, certamente. Però:
A) non confondiamo le (non) politiche europee sull’immigrazione con gli slanci di solidarietà delle fette di popolazione che invece si rimboccano le maniche, in stile volontariato, per alleviare qualche sofferenza (mentre, certo, ci sono altre fette di popolazione che danno ascolto ai vari salvini);
B) se io penso alla Shoah, la prima immagine che mi viene in mente non sono i cadaveri scheletriti dei lager (quelle immagini le rivedo nella mia memoria in maniera confusa), ma quella del bambino con le braccia alzate; se penso al Vietnam, non mi viene in mente Apocalypse Now ma quella bambina nuda di Saigon; se penso agli anni ’90 dell’Algeria, mi viene in mente la “Madonna di Bentalha”… Voglio dire che mentre milioni di immagini passano senza lasciare davvero il segno, ce ne sono alcune che marchiano le nostre coscienze e costituiscono, anche sul lungo periodo, dei punti di riferimento, dei moniti interiori, paradossalmente delle luci. In termini quasi tecnici, è il fenomeno (verificato anche neurologicamente, credo) per cui difficilmente memorizziamo un’intera sequenza di un film che ci è piaciuto, ma solo uno o diversi fotogrammi. Voglio dire che è come se in mezzo al grande film delle migrazioni in corso di proiezione ci fosse data qui, oggi, un’immagine che non si cancellerà.


L’illustrazione è tratta dalla raccolta di immagini di artisti su The Indian Express

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