Inside Out: le emozioni (ma solo quelle) al potere

Rita Levi-Montalcini. Avrebbe amato “Inside Out”?…

Quello di cui si dice: un bel film. Anzi, un capolavoro (oggi i critici si affrettano un po’ troppo ad attribuire questa patente; come minimo servirebbe la prova del tempo). Ricco di ritmo, di invenzioni, di emozioni… Di emozioni, soprattutto. Emozioni così vive da diventare, ipostatizzate, le vere protagoniste: Gioia, Paura, Rabbia, Disgusto, Tristezza. Sì, parlo di Inside Out, e non è necessario che mi dilunghi oltre a descriverlo. Anch’io me lo sono “goduto” (superando il mio “disgusto” per le animazioni 3D, cui continuo a preferire quelle bidimensionali), e probabilmente anche più dei bambini in sala. Per esempio in un momento geniale come quello dedicato al pensiero astratto. Ma… qual è la “morale”?

Nei lunghissimi titoli di coda sono ringraziati anche gli psicologi, che hanno aiutato gli autori del film a dare sostanza scientifica al funzionamento interiore di una bambina tra gli 11 e i 12 anni traumatizzata dall’improvviso trasloco che i genitori le fanno subire. Una consulenza scientifica però sorprendente. Dopo un’ora e trentacinque di avventure e di colori, dove è ben presente anche Memoria nelle sue varie declinazioni, non ho mai visto in azione, e neppure citata, Ragione, né Logica… E la scenetta finale viene a confermarlo: un cane e un micio che sono abitati dalle medesime cinque emozioni di cui sopra. Tali e quali e come gli umani.

A voler essere buoni, si può vedere in Gioia – che è di fatto la leader della combriccola – una certa razionalità, colei che per lo meno ha un progetto chiaro (la felicità di Riley) e non si lascia mai abbattere, tentando di coordinare le altre quattro emozioni (infine con successo). Ma si avverte una sorta di pudore, negli autori, a non esplicitare mai alcunché che sappia di razionale.

Un’antropologia assolutamente post-postmoderna. Chi ha la mia età è cresciuto apprendendo che l’essere umano è un animale razionale – ed era sicuramente un’esagerazione; subito dopo è scoppiata l’epoca della liberazione di tutte le emozioni. Quasi cinquant’anni dopo, queste vengono ormai canonizzate e rese neppure dominanti, bensì protagoniste uniche. Al punto che nel film la piccola Riley, ma anche i suoi genitori e gli altri personaggi secondari, appaiono come marionette i cui fili sono tirati dal mix di emozioni che, istante dopo istante, si forma nella psiche. Le emozioni al potere.

Scienza per scienza, è ancora preferibile quella di Rita Levi-Montalcini. Che non rimase tutta la vita nel chiuso del suo laboratorio, fece anche divulgazione scientifica dall’alto della sua età e della sua autorevole figura, anche in programmi popolari come Che tempo che fa o concedendo interviste. Ma, a quanto pare, anche lei più ammirata che ascoltata. Cito da una sua intervista del 2009 a Repubblica: «Il nostro cervello è fatto di due cervelli. Un cervello arcaico, limbico, localizzato nell’ippocampo, che non si è praticamente evoluto da tre milioni di anni fa a oggi, e non differisce molto tra l’homo sapiens e i mammiferi inferiori. Un cervello piccolo, ma che possiede una forza straordinaria. Controlla tutte quelle che sono le emozioni. Ha salvato l’australopiteco quando è sceso dagli alberi, permettendogli di fare fronte alla ferocia dell’ambiente e degli aggressori». Benissimo. Ringraziamo dunque Paura e Rabbia, che in simbiosi variabile con le altre emozioni ci hanno permesso di distinguere tra amici e minacce, di metterci in fuga o di combattere, ecc. ecc. Ma la nostra materia grigia non si esaurisce lì.

«L’altro cervello», continua la Nobel per la Medicina, «è quello cognitivo, molto più giovane. È nato con il linguaggio e in 150.000 anni ha vissuto uno sviluppo straordinario, specialmente grazie alla cultura. Si trova nella neo-corteccia. Purtroppo, buona parte del nostro comportamento è ancora guidata dal cervello arcaico. Tutte le grandi tragedie – la Shoah, le guerre, il nazismo, il razzismo – sono dovute alla prevalenza della componente emotiva su quella cognitiva. E il cervello arcaico è così abile da indurci a pensare che tutto questo sia controllato dal nostro pensiero, quando non è così».

Ecco, del cervello «giovane» nel film non c’è traccia. A dire il vero c’è almeno il termine «pensiero» che compare in due circostanze: la «stanza del pensiero astratto», già citata, e il «treno del pensiero». Ma nel film sono situazioni di passaggio, che non danno una sterzata decisiva al plot. Anzi, il treno del pensiero, oltre a viaggiare aleatoriamente, appare come perdente. Trionfa, insomma, nella testa di una bambina dei nostri giorni, il cervello arcaico. Forse più nella pancia che nella testa: gli autori avrebbero dovuto cambiare l’ubicazione corporea, se avessero concepito la loro opera in Italia…

P.S. 19/10/2015: Ho appena letto Goffredo Fofi sul film...
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