Sinodo, l’Africa s’è desta

AFP Photo/Andreas Solaro

AFP Photo/Andreas Solaro

I vescovi africani al Sinodo sulla famiglia: in tanti e ostentando un compatto profilo conservatore. Eppure molti di loro erano conosciuti per essere pastori battaglieri nella difesa dei diritti umani. Una discrasia? Prima di giudicare, proviamo a osservarli più da vicino. Cominciando con il sottolineare che è stata comunque una première africana sul proscenio della Chiesa universale.

Il Sinodo sulla famiglia ha chiuso i battenti – anche se è sperabile che il clima di “sinodalità” continui comunque, e vivace – e ognuno si sarà fatto, o si starà facendo, la propria opinione su quanto avvenuto: da chi vi vedrà quasi un «secondo Concilio Vaticano II» a chi troverà che la montagna ha partorito il topolino. Per la cronaca, fra i padri sinodali stessi si registrano già conflitti di interpretazione su alcuni punti che loro stessi hanno votato. Ma a noi qui interessa cercare di capire il ruolo dell’Africa in questo percorso (nell’ottobre 2014 c’era stata una prima fase assembleare, a sua volta preceduta da un ampio questionario inviato un anno prima da Roma a tutte le diocesi del mondo).

La prima osservazione è che, per la prima volta, la Chiesa cattolica del continente dalla più impetuosa crescita numerica, sia demografica sia… anagrafica parrocchiale, si è fatta presente con forza, preparata e sostanzialmente compatta, levando la voce in un appuntamento non a lei riservato (come furono i due Sinodi “per” l’Africa del 1994 e del 2009) bensì di interesse generale. E la voce l’ha alzata senza complessi, in un vero “debutto in società” (ecclesiale) e non per un ballo formale. Teniamo in conto anche la sua forza numerica: in aula sedevano oltre 50 vescovi e cardinali africani, cioè il 20 per cento dei membri con diritto di voto.

L’altra osservazione è che la posizione che ha espresso è senza dubbio quella “tradizionale”. Il gruppo africano si è situato al vertice meridionale di un triangolo conservatore comprendente Polonia e buona parte dei padri sinodali statunitensi. Ma proviamo ad andare più a fondo, sospendendo provvisoriamente il giudizio mentre cerchiamo di “vedere”.

Battaglieri e conservatori

Che la gerarchia africana nel suo insieme abbia l’immagine di essere più papista del Papa non è una novità. Diverse le cause abitualmente invocate: un background culturale che privilegia il rispetto dell’autorità, la formazione teologica di molti preti e prelati avvenuta a Roma (con una elevata percentuale di studenti di diritto canonico), la dipendenza economica. Guardiamo però a chi sono, in concreto, i protagonisti africani di questo Sinodo. Tra la ventina di vescovi che abbiamo udito esprimersi prima e durante i lavori, ce ne sono diversi con trascorsi gloriosi quanto a franchezza di parola e a coraggio, in molti casi necessario per sostenerne le possibili conseguenze nei rispettivi Paesi. Eccone alcuni.

Robert Sarah, il più malvisto dai novatori (il vescovo di Anversa lo ha accusato di avere «bloccato» la discussione sugli omosessuali in seno al “circolo minore”, il gruppo linguistico di cui entrambi facevano parte), è da una quindicina d’anni in Vaticano. dove è stato segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli (ex Propaganda Fide) prima di passare a Cor Unum, il Pontificio consiglio preposto a esprimere «la sollecitudine della Chiesa cattolica verso i bisognosi»; da Francesco è stato posto meno di un anno fa a capo della Congregazione per la Disciplina dei sacramenti. Ma prima della carriera romana era stato per oltre vent’anni arcivescovo della capitale della Guinea (nominato a 34 anni di età), dov’era nato da una famiglia in un villaggio estremamente periferico, come racconta nel libro-intervista Dio o niente. A Conakry aveva saputo tener testa a Sékou Touré, presidente-simbolo africano in quanto strappò anzitempo l’indipendenza alla Francia, ma tramutatosi in un dittatore che, tra l’altro, aveva tenuto nove anni in galera – nel famigerato Camp Boiro – l’immediato predecessore di Sarah, mons. Tchidimbo.

In fondo al continente, in Sudafrica, troviamo Wilfrid Fox Napier. È uno dei firmatari “non pentiti” della Lettera dei tredici di inizio Sinodo (del quale peraltro egli era uno dei vicepresidenti), che metteva in guardia da un esito del Sinodo predeterminato in chiave progressista. Lettera diventata subito un giallo perché, da privata (indirizzata al Papa) era divenuta pubblica, e nella versione forse non definitiva, ed erano seguite le smentite di alcuni dei presunti sottoscrittori. Ebbene, l’arcivescovo di Durban fu tra i responsabili cattolici (pochi) in prima linea contro l’apartheid, e in tempi più recenti si è distinto per la sua opposizione alle cattive politiche dell’Anc – ricordiamo tra l’altro il suo sdegno per il massacro di minatori a Marikana – come pure per il deciso mea culpa del 2003, in qualità di presidente della Conferenza episcopale, sulla pedofilia di cui si erano macchiati e uomini di Chiesa.

Risaliamo. A Kinshasa troviamo Laurent Monsengwo Pasinya, la figura ecclesiastica africana forse più nota per l’impegno sociopolitico e la libertà di parola. Fu anche, nei primi anni Novanta, il presidente della Conferenza nazionale sovrana sulla quale si appuntavano le speranze di cambiamento democratico nello Zaire di Mobutu. È stato anche vicepresidente di Pax Christi International e molto altro. Non una mammoletta, insomma.

Altro arcivescovo, altra capitale, altro grande Paese: la Nigeria. Per non citare che un episodio, John Olorunfemi Onaiyekan, l’arcivescovo di Abuja, fu parte attiva di una delegazione di vescovi nigeriani che nel 1994 si fece ricevere da Sani Abacha, uno dei più feroci dittatori della storia del Paese, per reclamare la liberazione dei prigionieri politici e in particolare di chief Abiola, un musulmano che l’anno prima aveva nettamente vinto le elezioni. Onaiyekan si distingue oggi anche per non voler fare, del caso Boko Haram, una guerra di religione: se i cristiani sono nel mirino e «la sharia è inaccettabile», anche un gran numero di musulmani, egli sottolinea, cade continuamente vittima della violenza jihadista. Non dimentichiamo anche che è lui l’autore di quella dichiarazione che fece quasi scalpore, alla vigilia del conclave del 2013: «Non so se San Pietro avesse una banca. Lo Ior non è fondamentale, non è sacramentale, non è dogmatico»… Su un terreno più simile a quello dell’ultimo Sinodo, il prelato nigeriano così diceva al mensile 30 Giorni, all’indomani del Sinodo del 2005 sull’eucaristia: «Siamo abituati a dire che vi sono dei peccatori che non devono accostarsi all’eucaristia. E generalmente quelli di cui si parla, in Occidente, sono i divorziati risposati e, nei Paesi di missione, i poligami. Ci si è chiesto se siano questi gli unici peccati gravi. Il divorziato non può ricevere la comunione, ma l’oppressore, lo sfruttatore, il politico responsabile della sofferenza e della morte di migliaia di persone, che viene in chiesa a mani giunte?…».

Possiamo fermarci qui con questo elenco. Già può bastare per constatare come le categorie di destra e sinistra nella Chiesa siano da maneggiare con cautela, ancor più nella Chiesa africana: vescovi “di sinistra”, che riflettono ed escono dalla sacrestia per dare gambe alla dottrina sociale della Chiesa, appaiono “di destra” nelle materie più intraecclesiali. Di più, c’è da notare che questa volta vescovi e cardinali sono voluti venire a Roma con una strategia ben accordata.

Serrare le fila

Nel 2014, quando c’era stata una levata di scudi del card. Gerhard Ludwig Müller – il “custode” della Dottrina della fede – e di molti altri davanti alla Relazione intermedia, che accusavano di eccessiva apertura ai temi più controversi, gli africani si erano trovati un po’ spiazzati. Certo, personalità come Napier e Sarah non sono tipi da tirarsi indietro e avevano sostenuto la protesta. Ma era chiaro che la seconda volta a Roma bisognava andarci meglio preparati e più coordinati. Un’assemblea del Simposio delle Conferenze episcopali d’Africa e Madagascar (Secam/Sceam) nel 2014 aveva già prodotto un «contributo» previo al Sinodo/1 (La famiglia, nostro futuro); ma in vista del Sinodo/2 viene di nuovo convocata, in Ghana, nello stesso solco ma, se possibile, con maggiore grinta. Il nuovo documento s’intitola L’avvenire della famiglia, nostra missione. Gabriel Mbilingi, vescovo di Lubango in Angola e presidente del Secam, non poteva essere più esplicito sulle intenzioni: «Al Sinodo l’Africa parlerà con una voce sola – con una voce sola presenteremo le sfide e i successi della vita familiare in Africa».

In verità non tutti i vescovi africani erano, com’è naturale, così compatti. Stephen Brislin, arcivescovo di Città del Capo e presidente della Conferenza episcopale dell’Africa australe, ammetterà, in un’intervista nei giorni del Sinodo, che «se ci sono cinque persone in una stanza ci saranno cinque opinioni diverse! Non penso che gli africani siano diversi in questo». L’arcivescovo di Accra, Gabriel Charles Palmer-Buckle – non partecipante all’assemblea del Secam, però delegato dai suoi confratelli ghanesi a quella del Sinodo – si esprimeva in modo più sfumato: sulla poligamia («Ci sono matrimoni poligamici che ti stupiscono per l’armonia tra il marito e le diverse mogli»), sull’omosessualità («Se oggi la lobby gay è così rumorosa, è perché noi li abbiamo quasi de-umanizzati»)… A Roma Palmer-Buckle non si è comunque discostato dalla linea generale: ha anzi difeso, se necessario, il lavoro dei confratelli: «Se qualcuno pensa che l’Africa blocca qualcuno, l’Africa sta solo proponendo». Riconoscendo allo stesso tempo che «in Africa abbiamo difficoltà ad accettare ciò che è diverso da noi».

C’è stato anche un altro fronte, alquanto inedito (è il caso di dirlo), in questo affilare le armi in vista del Sinodo: il fronte editoriale. Nell’intervallo fra le due assemblee sinodali sono usciti tre libri importanti in cui porporati e vescovi hanno voluto spiegare le proprie ragioni prendendosi tutto il tempo e le pagine che servono (c’è inoltre un quarto titolo “outsider”). Ma riprenderemo questo aspetto più sotto.

Punti caldi

Quali sono stati, dunque, i punti sensibili del Sinodo? Il più mediatizzato, quello che in ogni caso ha costituito il banco di prova di tutta l’assise, è la possibilità per i divorziati risposati di accedere all’eucaristia. Non per nulla è nella votazione dei tre paragrafi del documento finale dedicati a questo tema – cautamente aperturisti – che la minoranza si è fatta sentire con più forza a suon di non placet. È solo su questo argomento, d’altra parte, che ci si poteva realisticamente aspettare qualche novità. Un altro punto caldo, ossia la considerazione in cui tenere le persone omosessuali, è sostanzialmente rientrato, né era francamente pensabile che la Chiesa arrivasse a immaginare molto di più di un sincero atteggiamento di non-discriminazione e di rispetto. Certo non le nozze all’altare! E nemmeno l’approvazione di quelle civili (possibilismo, invece, sulle “unioni civili”).

Poi la Relazione finale cita, tra le «contraddizioni culturali», «l’ideologia del gender» – vista come una «sfida» ma non “condannata” bensì “demolita”, con argomenti antropologici e biblici – e le convivenze prematrimoniali, che hanno motivazioni diverse e che quindi vanno variamente comprese e comunque fatte camminare pastoralmente verso un «vincolo istituzionale». Niente, insomma, nel documento, che vada molto al di là del “buon senso” ecclesiale. Può sorprendere invece che neppure sulla contraccezione si siano fatti passi avanti rispetto all’Humanae vitae, l’enciclica di Paolo VI che è probabilmente il meno capito, e ancor meno ossequiato, degli insegnamenti morali del Magistero.

Come si è capito, la posizione africana è stata, sui temi più nuovi e critici, di retroguardia. Ma non senza ragioni. Ne sottolineiamo due, l’una peculiarmente africana, l’altra condivisa con molti altri padri sinodali. Partiamo da quest’ultima.

Dottrina e disciplina… Che confusione!

La (non) comunione ai divorziati risposati è il caso più chiaro. Fino ad oggi essa viene negata in base a un ragionamento (un vero sillogismo) fondato sulla parola di Gesù, ma che sulla stessa parola potrebbe portare a conclusioni disciplinari diverse (tant’è vero che diversa è la disciplina della Chiesa ortodossa). Gli stessi vescovi africani, a dire il vero, nel loro secondo «contributo» pre-sinodale non parlano di “dottrina”: «In Africa, i divorziati risposati, in maniera generale, imitano la posizione dei poligami che partecipano all’eucaristia. Essi riconoscono, per la gran parte, la loro situazione difficile e complessa. Rispettano la disciplina attuale perché il loro stato non permetterebbe loro, in realtà, di ricevere l’eucaristia e il sacramento di penitenza». A parte che ci sarebbe da discutere sulla nozione di “partecipazione” all’eucaristia senza… eucaristia, e sull’attribuire agli esclusi una volontà di “rispetto” della disciplina quando non potrebbero comunque fare diversamente, il nodo sta nel termine disciplina. Che in realtà è poi stato usato da tanti (e non solo africani!) come sinonimo di dottrina. Ora, se la dottrina rimane (ma anch’essa può essere riformulata), la disciplina può passare. Nella storia della Chiesa i precedenti non mancano. La confusione dottrina/disciplina è stata veramente generale. Molto avrebbe giovato la lettura senza pregiudizi di un libretto (l’“outsider” di cui sopra) del vescovo di Orano, Ogni amore vero è indissolubile, che prospetta soluzioni più flessibili – dove la dottrina non è in concorrenza con la misericordia – a partire da una rilettura più… tradizionale della stessa “tradizione”. Jean-Paul Vesco, l’autore, è un domenicano francese, ex avvocato (la formazione giuridica si sente, nel libro, e giova all’assunto), nominato vescovo per l’Algeria da Benedetto XVI. Aggiungiamo che sposano la sua posizione anche gli altri due vescovi nel Paese nordafricano (la quarta diocesi, Algeri, è attualmente scoperta).

Contro il neocolonialismo, senza se senza ma

L’altra ragione della posizione africana è invece tipicamente – “orgogliosamente” – africana. Normalizzazione delle unioni omosessuali, campagne neomalthusiane, mentalità individualistico-libertaria, eutanasia, diritto all’aborto, gender, libere convivenze, diffusione della pornografia e altre mutazioni culturali di questo tipo sono dolorosamente avvertite come l’irruzione di un colonialismo culturale occidentale non meno devastante del colonialismo storico. I vescovi denunciano, e non da oggi, l’arroganza di Paesi e organizzazioni internazionali che condizionano gli aiuti a programmi di contraccezione, sterilizzazione, aborto. «Queste politiche sono tanto più orrende in quanto la maggior parte delle popolazioni africane sono senza difesa alla mercé di ideologhi occidentali e fanatici. I poveri chiedono un po’ di aiuto e gli uomini sono abbastanza crudeli da avvelenare il loro spirito. L’Africa e l’Asia devono assolutamente proteggere le proprie culture e i propri valori. Le agenzie internazionali non hanno alcun diritto di praticare questa nuova forma di colonialismo malthusiano e brutale. Per ignoranza o complicità, i governi africani e asiatici si renderebbero colpevoli di lasciare i loro popoli in preda a una sorta di eutanasia. L’umanità perderebbe molto se questi continenti cadessero nel grande magma indistinto del mondialismo, rivolto verso un ideale disumano che è di fatto un’orribile barbarie oligarchica». Sono parole dure di mons. Sarah nel suo libro-intervista.

Il vescovo beninese Barthélemy Adoukonou, con formazione sociologica a Parigi, attuale segretario del Pontificio consiglio della Cultura (il “vice” del card. Ravasi), evoca gli «eminenti ricercatori antropologi occidentali» che cercano di «deformare le pratiche culturali tradizionali presso i popoli cosiddetti “primitivi” per trovarvi i fondamenti dell’unione omosessuale» – il nome che cita è quello di Françoise Héritier. L’intervento di Adoukonou è contenuto in un altro dei libri pre-Sinodo sopra evocati: Africa, la nuova patria di Cristo, opera collettiva di undici autori. E ha buon gioco a citare, alla stregua di diversi altri africani, Francesco a Manila, dove il Papa ha messo in guardia dalle «nuove colonizzazioni ideologiche che cercano di distruggere la famiglia».

Ritorno all’Africa

Rimane da chiedersi che cosa questo Sinodo possa dare all’Africa. Domanda peraltro valida anche per le altre regioni del mondo che, per quanto alle prese con problematiche familiari sempre più globalizzate, conservano anche questioni specifiche. Poligamia, dote, ruolo delle famiglie di origine degli sposi, matrimoni interreligiosi, famiglie monoparentali nei vasti contesti urbani periferici… sono problematiche africane che vanno affrontate in maniera specifica, sul campo. Nel Sinodo potranno anche essere state menzionate, ma il loro concreto approccio va naturalmente affrontato dalle Chiese locali.

In effetti i due documenti pre-sinodali citati nonché il libro Africa, la nuova patria di Cristo si addentrano anche in profondità in questi temi, inquadrando i problemi e raccontando esperienze. Tra l’altro vi è posta in senso aperto la questione del “matrimonio a tappe”; al Sinodo è stato lo stesso Napier, severo su altri argomenti, a reclamare autonomia di decisione per la Chiesa africana, poiché «il matrimonio tradizionale africano non è un matrimonio tra due individui ma tra due famiglie. Si dice combinato ma in realtà è negoziato. E in questo processo le famiglie dei fidanzati, in attesa di trovare l’accordo finale sulle questioni economiche, possono mettersi d’accordo per una convivenza prima ancora che le nozze siano celebrate. La coabitazione quindi è parte di un matrimonio a tappe». Davvero, come ha detto papa Bergoglio nel discorso conclusivo, «abbiamo visto anche che quanto sembra normale per un vescovo di un continente può risultare strano, quasi come uno scandalo – quasi! – per il vescovo di un altro continente; ciò che viene considerato violazione di un diritto in una società, può essere precetto ovvio e intangibile in un’altra; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere solo confusione».

Sempre il Papa, del resto, aveva rilanciato pochi giorni prima il discorso della «decentralizzazione». Come a dire: questa volta dobbiamo farla sul serio.

Servono laici con parresia

Con i suoi limiti, questo Sinodo ha per lo meno rotto un tabù metodologico: una vera assemblea non può essere una sequenza di interventi su un determinato tema ma una sincera e vivace discussione, quella che per tre settimane è stata assicurata soprattutto da una maggiore importanza accordata al lavoro di gruppo. Un metodo più “democratico”, per usare un termine solitamente poco gradito per il funzionamento interno della Chiesa. E dove universalità e periferia siano diastole e sistole che irrorino il corpo ecclesiale di vita, vera e concreta.

Per questo tutti i vescovi, gli africani non meno degli altri, dovranno farsi sempre più “camere di ascolto” del loro gregge, dei laici (e laiche!), soprattutto di quelli che non ce la fanno più a conformarsi. Uno di loro, un camerunese che ha rivestito ruoli di rilievo nella Caritas nazionale ed è ora consulente di una dozzina di Caritas africane, si è espresso a più riprese dal blog “Sinodo” del quotidiano francese La Croix. Paul Samangassou non ha peli sulla lingua. «Cattolico perplesso», non esita a constatare che in Africa la base non si è praticamente accorta del Sinodo (a latere: solo tre i giornalisti africani accreditati presso la Sala Stampa vaticana). Cogliamo un paio di sue citazioni. La prima riguarda, con qualche ironia, la preparazione del Sinodo nelle diocesi e nelle parrocchie: «Non ha derogato dalla regola della preparazione di tutti i Sinodi: un manipolo di happy few, selezionati sulla base di criteri che conoscono solo i preti incaricati dai vescovi di rispondere al questionario inviato da Roma. Per redigere il documento [L’avvenire della famiglia] i prelati africani hanno preferito fare appello ai teologi piuttosto che “correre il rischio” di coinvolgere in soggetti sensibili i laici, sprovvisti di competenze».

A proposito di un paragrafo del medesimo documento, che circa l’omosessualità recita: «La questione non si pone nell’insieme dei Paesi africani, anche se esistono casi di persone che hanno delle pratiche omosessuali» (n. 143), Samangassou commenta con verve: «Il pensiero unico, che si rifiuta di subire la sorte del partito unico, lascia credere che basti negare un fatto sociale per supporre che non esista. Lo struzzo ha una tecnica impareggiabile: nascondendo la testa nella sabbia si convince che il pericolo non esiste. Davvero la questione dell’omosessualità in Africa non si pone, Reverendo? O ci rifiutiamo di vederla perché non ne abbiamo né la voglia né il know-how?».


I libri citati
Matrimonio-e-famigliaA cura di Winfried Aymans, Matrimonio e Famiglia. Prospettive pastorali di undici Cardinali, Cantagalli, 2015, pp. 192; contiene due interventi africani: di Onaiyekan e di Sarah
Dio o nienteRobert Sarah, Dio o niente. Conversazione sulla fede con Nicolas Diat, Cantagalli, 2015, pp. 376; oltre alle posizioni sulla famiglia, il libro è ricco di pagine autobiografiche e di altre considerazioni
Africa, nuova patria CristoA cura di Robert Sarah, Africa, la nuova patria di Cristo. Raccontata dai vescovi africani, Cantagalli, 2015, pp. 240; il testo più interessante per conoscere le problematiche della famiglia specificamente africane
Jean-Paul Vesco, Ogni amore vero è indissolubile, Queriniana, 2015, pp. 112; un vero gioiello per la sua rilettura originale, ma radicata nella Scrittura e nella tradizione, dell’unità e indissolubilità del matrimonio, con piste pastorali
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...