Francesco l’Africano

charles-lwangaJorge Mario Bergoglio non conosce l’Africa. Non c’è mai stato, come del resto non si era mai recato in Asia e neppure negli Stati Uniti. Poco anche in Europa, e a Roma il minimo possibile. Ma, vuoi per sensibilità personale, vuoi per formazione gesuitica, vuoi perché prima di muoversi si prepara («Adesso devo cominciare a studiare per Cuba e Stati Uniti», confessò al ritorno dal Paraguay), da papa non è mai stato preso alla sprovvista durante le sue ormai numerose visite apostoliche. Quello con l’Africa, del resto, aveva l’aria di essere solo un appuntamento rinviato: da quell’8 luglio 2013 a Lampedusa, non a caso sua prima uscita da Roma.

L’Africa in Vaticano

Nel frattempo non ha solo “studiato”. Ha inserito un africano, Laurent Monsengwo Pasinya, nel C9, il gruppo di cardinali che lo assiste nella riforma della Curia; Monsengwo, ricordiamolo, è stato presidente della Conferenza nazionale sovrana dell’allora Zaire, che nei primi anni Novanta avrebbe dovuto traghettare il Paese verso la democrazia. Un’altra nomina di rilievo, e sorprendente, è stata quella di Robert Sarah alla testa della Congregazione per il Culto divino, un dicastero strategico, all’indomani del primo Sinodo sulla famiglia, nel quale il porporato guineano si era distinto per come conservatore.

Rivoluzionando, in linea generale, i criteri di creazione dei nuovi cardinali per riequilibrare le provenienze geografiche e sottrarre la berretta alle attese carrieristiche, Francesco ha scelto per l’Africa cinque nomi quasi tutti imprevedibili, per la loro discrezione e “marginalità”. Intanto, nel silenzio che ricopre le visite ad limina, eventi che per i media sanno di routine, è andato incontrando in Roma oltre metà delle Conferenze episcopali africane. Noi possiamo conoscere i discorsi conclusivi proferiti dal papa, ma l’essenziale, in questi casi, è quel che avviene a porte chiuse.

Preti nella tempesta

Ciò detto, non si rischia granché a immaginare che #martirio sarà l’hashtag centrale di tutto il primo viaggio apostolico bergogliano nel «continente martire», come lo definisce la teologa nigeriana Teresa Okure. Non per nulla l’epicentro sarà la celebrazione del cinquantennio della canonizzazione dei martiri d’Uganda, arsi vivi nel XIX secolo per la loro fede (cui avevano aderito grazie ai Padri bianchi). Un martirio, e non solo per i cristiani, che si rinnova oggi a causa delle violenze prevalentemente a coloritura religiosa (Kenya e Centrafrica ne hanno una tragica esperienza). Ma mentre Bergoglio si lascerà abbracciare, ricambiando, dall’immensa “periferia” africana traboccante di giovani e bambini, non è escluso che richiami le gerarchie – forse con più cautela di quanto abbia fatto in ambienti più culturalmente “suoi” – a uno stile di vita più sobrio, più distante dal potere politico, ad assumere «un insostituibile ruolo profetico» e a meglio vigilare sul loro gregge, a cominciare dal clero. Non a caso ha a lungo raccomandato ai vescovi centrafricani, a maggio, di «fortificare i vostri preti»: la loro Chiesa è stata sconvolta, negli anni Duemila, da una vera tempesta (infedeltà conclamate al celibato, problemi di denaro, divisioni tra diocesani e religiosi nonché tra locali e stranieri…) sostanzialmente rientrata ma che ha portato alla luce situazioni critiche che, in diversa misura, si riscontrano anche in altre Chiese africane. In positivo, oggi il nuovo vescovo di Bangui, Dieudonné Nzapalainga, è un modello di prossimità alla gente e di dedizione alla causa della pace in chiave interreligiosa. Martirio, dunque, non solo subìto in nome di una causa, ma soprattutto attivo e non cruento, secondo la sua etimologia di testimonianza coerente.

Sei giorni sono pochi, per un continente. C’è da sperare servano a finalmente innescare una nuova stagione ecclesiale, così da smentire quello che un missionario come padre Kizito Sesana scriveva tempo fa, e cioè che «in Africa i cambiamenti promossi da papa Francesco non sono ancora arrivati».

Pubblicato su AFRICA 6/2015
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