E se la santa Famiglia non fosse un modello?

Ma davvero la “santa [ex-sacra] famiglia” è il modello per la famiglia (cristiana)? La predicazione corrente non fa che ribadirlo (l’ho verificato anche domenica scorsa dal pulpito di un parroco, neppure anziano, che non avevo mai visto prima d’allora). Tutte le virtù “familiari” che noi possiamo immaginare vengono attribuite ai tre di Nazaret-Betlemme senza il minimo imbarazzo, se non quello di concedere che in realtà nei Vangeli se ne parla gran poco; ma – è ovvio – quel che non è detto è sottinteso, e quindi glielo possiamo far dire noi.

Lungi da me gettare ombre sulla quotidiana ed estrema santità della Famigliola. Ma siamo sicuri che quel poco che di famiglia si dice nei Vangeli stia lì solo a corroborare il “nostro” ideale di famiglia? Che peraltro è molto meno universale, nel tempo e nello spazio, di quanto ci autoilludiamo di credere? Prendiamo appunto i Tre: molti fanno anche dell’ironia, quando non è sarcasmo, sul fatto che Giuseppe non sia il babbo di Gesù e che sua madre sia rimasta vergine prima, durante e dopo il parto. Fuori ironia, abbiamo qui sicuramente una poderosa verità teologica, ma non si vede in che cosa tali anomalie “genetiche” possano fornire un “modello” alle coppie del XXI secolo (nonché dei venti secoli che lo precedettero). La scena della natività ci scalda il cuore, ma è difficile trovarvi degli “esempi” per la vita domestica. Quando Gesù, dodicenne, si rende introvabile perché rimasto nel tempio a interrogare i dottori e a rispondere loro, è difficile trarne lezioni per una sana family life. Il ragazzino avrebbe potuto almeno avvisare, senza gettare i “genitori” nell’angoscia. Se la narrazione è così cruda, vuol dire che l’intenzione dell’evangelista è altra che non magnificare l’armonia (?) familiare. Durezza che ritroviamo nella reazione di un Gesù ormai maturo che, sentendo che madre, fratelli e sorelle lo cercano, così reagisce: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». In un’altra circostanza, «i suoi» (cioè dei familiari che non vengono specificati, forse per pudore) gli danno del matto – «È fuori di sé» – e tentano di riportarselo a casa.

Qual è allora il fil rouge delle Scritture neotestamentarie sulla famiglia? È che la famiglia… non conta nulla. Non conta nulla in ordine al regno di Dio, naturalmente. «Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre». I legami “naturali” e la maniera di organizzarli (famiglie patriarcali o nucleari, allargate all’africana, con o senza comunione dei beni, ecc.) appartengono a una sfera che non è di competenza dei Vangeli. Come non lo sono le verità scientifiche. E se la Chiesa giudica di poter dire qualcosa in materia, in quanto «esperta di umanità», lo faccia pure, ma senza attribuire ai poveri evangelisti cose che non erano nel loro intento. Del resto lo ha già detto la Dei Verbum (n. 11): «I libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture» (dove la sottolineatura sta in: «La verità che Dio, per la nostra salvezza…», cioè a esclusione di verità di altro tipo, scientifiche, sociologiche, morali o altro).

Certamente nella/e famiglia/e abbiamo un ganglio sociale che ha a che vedere dalla psicologia individuale all’economia mondiale, ed è quindi necessario occuparsene al meglio, per il benessere dei singoli e della comunità globale. Ma che Gesù si sia dedicato alla strenua conservazione di un modello di famiglia – che secondo tante omelie non sarebbe poi altro che quello ottocentesco rurale, con correzioni romantiche –… be’, questo proprio no. La “famiglia” cui Gesù pensava era una nuova comunità fondata sulla Parola, dove le consanguineità rischiavano di provocare più danni che benefici.

P.S. Il Sinodo africano del 1994 ha voluto ritrarre la Chiesa del continente come “Chiesa-famiglia”. Ogni figura ecclesiologica (come quelle del gregge, della società, del corpo mistico…) ha vantaggi e lati deboli. E infatti anche l’immagine scelta dai vescovi africani per caratterizzare la propria realtà ecclesiale ha sollevato delle critiche, dall’interno stesso delle Chiese africane (è stata avanzata, per esempio, la proposta alternativa di “Chiesa-fraternità”) . Esattamente per il timore che una Chiesa intesa troppo a immagine del sistema familiare africano non finisca per far passare in secondo piano il messaggio evangelico – chiamato a inculturarsi, certo, ma che al tempo stesso sfida ogni cultura.

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