Encomio della normalità

divieto_svolta_dx_sxSono passate alcune domeniche, ma non mi sono ancora rimesso da un’omelia che speravo di dimenticare in fretta. Non la ricordo per filo e per segno, ovviamente, ma mi martella ancora dentro la parola chiave (e ripetuta fino all’esasperazione, anche in ogni spazio possibile di “monizione liturgica”). Quella parola è: “normale”.

L’aggancio era fornito dal Vangelo (Luca 3,10-18): alle folle che lo interrogavano sul da farsi per convertirsi, Giovanni Battista rispondeva: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto»; ai pubblicani (gli esattori dei tributi per l’imperatore): «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato»; ai soldati: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Traduzione per l’assemblea: il Battista non ha proposto niente di straordinario, unicamente di fare quel che è “normale” per una serena ed equa convivenza.
E fin qui potremmo anche concordare. Ma le difficoltà cominciano proprio qui.

1) Al giorno d’oggi – ma, a quanto pare, altrettanto ai giorni di Giovanni – non era affatto normale, statisticamente, che i soldati non maltrattassero, che Equimpero non esigesse l’impossibile, che chi avesse troppo regalasse a chi aveva troppo poco. Allora, se non si tratta di normalità “descrittiva”, deve trattarsi di normalità di principio, quella che era nella mente di Dio ma che l’uomo aveva cominciato ad obliterare al nono giorno circa della creazione. In altre parole, la normalità di Dio appare piuttosto diversa, se non opposta, da quella umana. Tanto per restare ai Vangeli, la prima parabola che viene in mente è quella della zizzania e del buon grano. Il frumento buono poteva anche essere più abbondante delle erbacce, ma in quel campo tutto aveva finito per essere così confuso che… «Vuoi che andiamo a raccogliere subito la zizzania?». «No – rispose il padrone del podere ai suoi braccianti –, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano». Normale il grano? Normale la zizzania? Normale estirpare subito quest’ultima? Aspettare?… Ma perché andare a complicarsi la vita con un aggettivo che, tra l’altro, nella Bibbia non appare mai?! (Sì, una volta, in Levitico 15,15: ma vi si parla di mestruazioni…).

2) Il nostro predicatore non si è limitato al commento diretto del Vangelo (che anzi è stato presto abbandonato) e ha inanellato una serie di esempi e di considerazioni “normali” talora anche vagamente contraddittorie. L’assemblea degli adulti, che nel suo complesso non aveva la voglia e forse neppure la preparazione per affrontare il filo del pensiero, ne ha tratto qualche conclusione spicciola e rassicurante: noi che andiamo ancora a messa non siamo dei tipi strani, siamo quelli normali.

3) Difficile dire che cosa sia rimasto nella mente dei più giovani, cui la predica era esplicitamente diretta. Certo per i bambini “normale” fa parte del linguaggio quotidiano, e tende a esserlo in forma discriminante. Alla loro diretta esperienza avranno rapportato l’aggettivo sponsorizzato dal sacro microfono con tanta foga. Che ne è allora dello sforzo dell’educazione alle differenze – uno dei grandi temi educativi del giorno d’oggi, e per giusti motivi – quando si scontra con simili encomi della normalità?

Perché “normale” non è correntemente inteso come una constatazione fattuale, bensì come un giudizio. Il buon parroco (e davvero la sua bontà non è in discussione) non doveva neppure sospettare che esiste un libro di antropologia educativa che s’intitola proprio La trappola della normalità.* «La suddivisione tra normale e anormale può apparire puramente oggettiva e scientifica, ma nasconde spesso l’appello a un criterio di giudizio di valore sulla condizione di inclusione o esclusione sociale dei soggetti analizzati», scrive la curatrice del volume. Che così continua: «Il concetto di normalità può essere declinato in diversi modi. Può avere un significato puramente quantitativo e statistico, e sta ad indicare la maggior frequenza di una tale occorrenza in un determinato gruppo o campione, oppure denotare una serie di convenzioni che si stabiliscono tra esseri umani. Tali accordi, più o meno taciti, si fondano sull’aspettativa che gli individui si comportino nel modo considerato normale in un determinato contesto. Il concetto di normalità possiede infatti non tanto una componente descrittiva, cioè relativa a comportamenti che di fatto hanno luogo, bensì una prescrittiva, cioè relativa a ciò che dovrebbe accadere e, di fatto, regolare la condotta naturalmente. In realtà, spesso, dietro il concetto di normalità si celano doveri attinenti la sfera morale, religiosa o sociale di un dato contesto».

L’intenzione dell’omileta, questa sì encomiabile, era di tradurre una pagina di Vangelo in un linguaggio comprensibile ed eloquente per l’uomo (e il bambino) d’oggi. Un’operazione di “inculturazione”, senza dubbio. Ma che può provocare dei danni collaterali… Perché non limitarsi a “spiegare” il Vangelo, invece di farlo uscire dalla memoria il più in fretta possibile?

* Roberta Bonetti, La trappola della normalità. Antropologia ed etnografia nei mondi della scuola, Seid Editori, Firenze 2014
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