Tutti gli errori dei Brueghel (be’, non proprio loro…)

Pieter Brueghel il Giovane, "Le sette opere di misericordia", 1610 ca.

Pieter Brueghel il Giovane, “Le sette opere di misericordia”, 1610 ca.

I Brueghel – al plurale, perché costituirono una vera e propria dinastia di pittori – sono al centro di una delle grandi mostre bolognesi in corso, di rilievo nazionale. È una pittura che potrà piacere molto o piacere meno a seconda dei gusti, ma certamente i Brueghel forniscono uno spaccato  documentale, oltre che artistico, della società fiamminga tra XVI e XVII secolo. Anzi, a dire il vero, il visitatore si aspetterebbe forse di vedere meno nature morte e più scene di vita paesana.

Ora, durante la visita con l’audioguida e leggendo cartelli e didascalie disseminati lungo il percorso, stupisce come siano potuti scappare certi errori. Errare humanum est eccetera, ma ci si domanda come certe perle siano riuscite a sfuggire a tutti i controlli, quelli scientifici e quelli banalmente da “correzione di bozze”.
Senza troppo impegnarmi ho rilevato le seguenti:

  • Un istrice (presente in un quadro che rappresenta l’arca di Noè) diventa, nell’audioguida, un porcospino.
  • Anatre che diventano oche.
  • In una delle allegorie dei “quattro elementi” (terra, aria, fuoco, acqua) la voce ne confonde allegramente l’ordine.
  • Cartello rivolto ai bambini per il percorso a loro dedicato (ottima idea): «Cercate la mosca!». Cerca che ti cerca, di mosche non c’è l’ombra… Ma forse è quel coleottero!
  • Altro quadro, altro errore: «… il vulcano a sinistra…». Peccato che sia a destra.
  • E poi ce n’è anche per la lingua italiana. Su una Natura morta con frutta e uccello esotico di Abraham Brueghel ascoltiamo: «… che ne attribuisce importanza», ove il ne è il pronome che sostituisce «frutta», e avremmo quindi dovuto normalmente ascoltare: «… che le attribuisce importanza».
  • Infine, ciliegina sulla torta, anche perché detto e più volte ripetuto dal curatore dell’esposizione in persona: Le sette opere di misericordia (quelle corporali, ça va sans dire) di Pieter Brueghel il Giovane diventano «le virtù»… Per inciso: un quadro stupendo, che meriterebbe di diventare l’emblema di questo Anno Santo.

Ultimo rilievo, ma che in ordine di apparizione è il primo: il titolo di un’opera di Jan Mandijn (non è di un Brueghel, ma di uno degli altri pittori fiamminghi presenti a Palazzo Albergati allo scopo di contestualizzare l’opera dei Brueghel): Cristo nel limbo. Il titolo è certamente quello esatto, ma l’atmosfera decisamente purgatoriale se non infernale del quadro avrebbe meritato una breve spiegazione; del limbo (depennato dalla dottrina cristiana da Benedetto XVI, ma non è questo il punto) noi avevamo l’idea di un luogo certo non di beatitudine ma di una “grigia serenità”, in ogni caso non di pene e tormenti (si vedano anche le analoghe rappresentazioni del Rinascimento italiano, dal Mantegna al Bronzino). Una sorta di sala d’aspetto per i giusti morti prima di Cristo e per i bambini morti senza battesimo, insomma. Il dipinto di Mandijn poteva essere l’occasione per capire come mai il limbo avesse assunto, nell’Europa del nord, tinte più fosche. Ma, come si usa dire, questa sarebbe un’altra storia.

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