Francesco in Africa, uno storico viaggio

Karibu_FrancisLa visita pastorale di papa Bergoglio, lo scorso novembre, in Kenya, Uganda e Centrafrica, è stata un susseguirsi di parole audaci e gesti profetici… Che hanno lasciato il segno.

Zacharia Adoume. È il nome della prima vittima, un musulmano, della guerra centrafricana all’indomani del decollo del Papa da Bangui. Già finito il clima della vigilia, quando gruppi di musulmani erano usciti dalla loro enclave, il quartiere Pk5, per seguire, dal maxischermo all’esterno dello stadio, la messa del Papa dedicata al passaggio «all’altra riva»: la riva della «speranza» e dell’«entusiasmo per il futuro».

La religiosità popolare, coniugata a un disperato bisogno di pace e sicurezza, sa credere nel miracolo. Ma quanti davvero si aspettavano che una profezia di pace – per quanto convinta come quella di Bergoglio – avrebbe prodotto ipso facto la fine di ogni violenza? Già è stata un miracolo l’osservanza della “tregua di Dio” nel corso di tutto il viaggio apostolico. Non solo perché le armi hanno taciuto, quelle della guerra (Centrafrica) come quelle del terrorismo (Kenya), ma soprattutto perché è stato inequivocabilmente spezzato il presunto link tra violenza e religione. È questo il primo messaggio che Francesco ha lanciato dall’Africa, a fianco dei leader di altre confessioni. Uno di loro, l’islamico El-Busaidy, a Nairobi ha citato un teologo cattolico, Hans Küng: «Non c’è pace tra le nazioni senza pace tra le religioni. Non c’è pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni. Non c’è dialogo tra le religioni senza una ricerca sui fondamenti delle religioni».

La saggezza dei poveri

Tappa dopo tappa, Francesco ha toccato altri temi cruciali per il continente: la corruzione («È come lo zucchero… e anche il nostro Paese diventa diabetico!»), il tribalismo («Distrugge una nazione»), il dramma ambientale (al cui riguardo «sarebbe catastrofico che gli interessi privati ​​prevalessero sul bene comune»), le relazioni economiche Nord-Sud (siamo lontani da «un sistema commerciale internazionale equo»), i rifugiati e i migranti («Il modo in cui affrontiamo tale fenomeno è una prova del nostro rispetto della dignità umana»), il ruolo della gioventù e la povertà nelle sue svariate forme. Quest’ultima ha avuto la sua migliore “trattazione” a Kangemi. Nello slum di Nairobi, il vescovo di Roma ha snocciolato tutta una serie di problemi e bisogni concreti, dall’acqua potabile agli «affitti abusivi», dalle fognature alle agognate infrastrutture sanitarie o ricreative. Ma nel corso della sua denuncia non ha guardato al popolo delle bidonville come a una massa di vittime inerti bensì come ai depositari di una «saggezza che scaturisce da un’ostinata resistenza di ciò che è autentico».

Gesti importanti

Si potrebbe anche dire che, in fondo, papa Bergoglio non ha detto granché di nuovo. Che si è attenuto, con linguaggio certo rinnovato, al magistero sociale della Chiesa. Che non ha nemmeno preso di petto certe problematiche africane (governanti che si autoperpetuano al potere, discriminazioni degli omosessuali, prevenzione dell’aids…). Gli stessi appelli alla pace sono risuonati, per le orecchie africane più critiche, accalorati ma un po’ generici. Quello che però Bergoglio ha sicuramente capito – e che gli riesce bene – è l’importanza, per gli africani, della relazione. Le parole hanno valore, sì, ma lo attingono dal modo in cui sono pronunciate: in quel frangente, con quei gesti, con quella vicinanza alla gente… Scandire «no all’odio, no alla vendetta, no alla violenza» a Bangui, nella moschea del Pk5, non è lo stesso che proferirlo in una sala convegni.

Evento storico

E poi c’è il versante interno, ecclesiale. Aprire la porta santa a Bangui è stato un evento storico non solo per la comunità centrafricana, o per tutto il continente, ma per la Chiesa universale. Gesto simbolico che si inscrive nel disegno che Francesco ha lasciato intravedere fin dalla sera della sua elezione e che ha via via esplicitato e confermato: nell’enciclica Evangelii gaudium, nell’annuncio del presente Giubileo, nel corso del Sinodo sulla famiglia: «Avverto la necessità di procedere in una salutare “decentralizzazione”». Un decentramento che vada a beneficio, in primo luogo, delle periferie della Chiesa stessa. «Incominciamo l’Anno Santo – ha martellato Francesco con parole “improvvisate” – qui, in questa capitale spirituale del mondo, oggi!». Se Roma è Roma perché città di Pietro, dal 29 novembre è chiaro che Roma è ormai ovunque Pietro si trovi. Soprattutto se nel cuore di un continente sfruttato, impoverito, emarginato. «La mia visita – aveva detto a Kampala, accentuando le positività – intende attirare l’attenzione verso l’Africa nel suo insieme, sulla promessa che rappresenta, sulle sue speranze, le sue lotte e le sue conquiste. Il mondo guarda all’Africa come al continente della speranza».

Chiesa in chiaroscuro

Ma qual è questa Chiesa africana chiamata ad essere autoresponsabile e protagonista, in coerenza con la sfida che Paolo VI le lanciò quasi mezzo secolo fa: «Voi africani siete oramai i missionari di voi stessi»? Una Chiesa di luci e ombre, ovviamente. È parso di capire che Francesco ne apprezzi senza riserve la base: la gente comune che ha abbracciato; i catechisti – laici, come laici furono i martiri d’Uganda – che ha calorosamente ringraziato; quanti s’impegnano – religiosi e «gruppi di apostolato» – nell’esercizio della carità concreta. Più severo il Pontefice è parso nei riguardi di gerarchia, clero, seminaristi e dintorni, ai quali ha rivolto moniti che nei suoi interventi a braccio sono apparsi ancor più incisivi che nei testi redatti a Roma: «Non possiamo condurre una doppia vita». Di notizie di «doppia vita» gliene saranno giunte all’orecchio fin troppe, come pure di casi di governo ecclesiastico poco missionario: sempre da Kampala ha incitato a che «le diocesi con molto clero si offrano a quelle che hanno meno clero».
Chi lavora sul campo in effetti lamenta certe lentezze della Chiesa-macchina che alla luce del Vangelo non si capiscono. Missionari testimoniano come, in passato, il Nord Uganda flagellato dalla guerriglia si sia sentito a lungo dimenticato dall’insieme dell’episcopato; e c’è chi ha tirato fuori una statistica che rivela come negli slum di Nairobi, dove vive il 55% della popolazione della città, risieda appena il 4% del personale di Chiesa… Chi ha seguito la cronaca del viaggio avrà poi notato come i discorsi di benvenuto di vescovi e sacerdoti – praticamente dei verbali zeppi di cifre – abbiano spesso avuto uno stile protocollare, più che da pastori tra la propria gente.

I “tre santi” di Bangui

Per altro verso, le luci brillano con particolare forza. Va citato, uno per tutti, l’arcivescovo di Bangui. Che non ha solo una presenza fisica aperta e gioviale, ma sta portandosi sulle spalle il peso di una doppia, difficile transizione: quella di una Chiesa reduce da profonde ferite interne e quella, oggi più grave e urgente, di un Paese che, a parte i morti ammazzati, rischia di avvitarsi in una sorta di faida “interreligiosa”. Un fardello, quello dell’opera di riconciliazione, che mons. Dieudonné Nzapalainga da anni condivide con il pastore Nicolas Guérékoyamé-Gbangou e l’imam Oumar Kobine Layama. «Dio ci sorprende – si è lasciato scappare papa Francesco nel volo che lo riportava a Roma –. Ma anche l’Africa ci sorprende!».

Pubblicato su Africa 1/2016
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