Fare pace con la Terra. L’ambiente nella riflessione africana

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Molti intellettuali, attivisti e scrittori africani hanno dedicato le loro riflessioni al rapporto con la natura e al rispetto che le è dovuto.

«Sono di questa terra
quelli che sfasciano la foresta e saccheggiano le colline
Sono di questa terra
quelli che vivono perché la terra muoia
Lo sono?».

Pochi versi, forse nemmeno i più belli di L’occhio della terra, perché sin troppo espliciti, ma indicativi. Quello di Niyi Osundare è un piccolo grande libro di poesia che è un punto di riferimento – almeno entro la letteratura africana accessibile in italiano – per la tematica ecologica affrontata con occhi appunto africani. La natura, a dire il vero, è stato spesso sfondo, o specchio, o coprotagonista, del narrare africano, a partire dall’oralità di miti e favole fino agli autori moderni. Ancora un poeta, Senghor, scriveva cinque lustri prima di Osundare:

«Vi invoco, Acque del Terzo Giorno
Acque mormorii delle sorgenti
acque così pure delle altitudini, nevi! […]
Acque dei miasmi e delle cloache, voi Acque delle capitali,
che trasportate tanti colori tante gioie tante speranze
oh! tanti sogni abortiti
acque scendete scendete andate andate fino al mare».

C’è però fra i due un salto di presa di coscienza riguardo alla considerazione dell’ambiente. Osundare è nigeriano, ed è in Nigeria che le devastazioni dell’estrazione petrolifera hanno assunto proporzioni specialmente inquietanti. La sua poesia affronta la natura in modo già meno “romantico”. Negli anni Ottanta, infatti, Ken Saro-Wiwa (di cui sono da poco ricorsi i vent’anni dall’impiccagione e che Wole Soyinka definisce, nella sua autobiografia dell’età matura, «un ecoguerriero») militava già per i diritti socio-economico-ambientali della sua gente nell’ex Biafra. Un importante e recente articolo del Journal of African Cultural Studies è dedicato proprio a “Natura e ambientalismo del povero: ecopoetry dalla regione del Delta del Niger”. L’autore – Sule Emmanuel Egya, anch’egli eco-poeta (e non solo) nigeriano – cita come pioniere in questo campo Gabriel Okara (di suo abbiamo in italiano solo un romanzo):

«Ma il fiume Nun con i suoi torturati fantasmi continua il suo stanco
flusso a sud in un sospiro soffocato».

Un libro intero, Eco-critical literature. Regreening African landscapes, si occupa più a fondo del tema, allargandosi alla narrativa e, sempre partendo dal Delta del Niger, si spinge fino a Kenya, Zimbabwe, Sudafrica. E segnala come il risveglio della sensibilità “eco-sociale” in Africa (quella ormai consacrata dal taglio dell’enciclica Laudato si’) dati dagli anni Novanta.

«Colui che inquina un corso d’acqua deve ricordarsi che da quello stesso corso d’acqua egli beve», dice solennemente l’anziano sacerdote della divinità igbo al centro del recente e godibile Il prezzo di Dio di Okey Ndibe. Che è un altro autore nigeriano, guarda caso. Il suo non è un eco-novel, ma la frase citata è uno dei tanti squarci sempre più frequenti nella letteratura africana in relazione al Creato, ferito e sfruttato, vittima di una nuova forma di colonialismo (il land grabbing, di cui si “celebra” quest’anno il decennale, sta lì a provarlo). Vittima egualmente di una perdita di conoscenze, o di un mancato adeguamento delle stesse alle nuove condizioni, climatiche e demografiche, da parte delle popolazioni: «Errori compiuti dagli uomini per distrazione o per ignoranza», scrive Wangari Maathai in La religione della terra. «Se gli agricoltori impoveriscono i terreni destinati al pascolo, se favoriscono la desertificazione abbattendo gli alberi, se osservano impassibili l’erosione del suolo o non raccolgono l’acqua piovana, non è Dio il responsabile della siccità».

Siamo così già fuori della letteratura di fiction. Il primo Nobel per la Pace a motivo della causa della Terra ci ha dato tre libri, importanti non solo per quel che vi è scritto ma come testimonianza di un consapevole operare in amicizia con la natura e della diffusione di una nuova (ma antica) cultura di sensibilità alle questioni ambientali.

Questa scarna rassegna non può chiudersi senza menzionare altri due uomini “di terreno”. Il primo è un algerino, stabilitosi in Francia ancora ventenne: Pierre Rabhi. Dapprima operaio, lascia ben presto Parigi per l’Ardèche, dove si dedica all’agricoltura diventando così un antesignano – negli anni Sessanta dell’esodo rurale! – del ritorno alla terra. Non si limita a zappare, ma riflette e progetta. E dagli anni Ottanta promuove l’agroecologia in diversi paesi d’Africa. È qui che ambienta uno dei suoi libri, Parole di terra, sorta di romanzo sapienziale. Che si chiude con questo testamento: «Quando mi avrete messo nella mia casa eterna e sarò ritornato feto, spandete sul mio corpo un po’ di materia nera. Lascio questo mondo senza aver capito del tutto cosa significa quel nutrimento. So che è una chiave, una delle strade per la riconciliazione degli uomini con la madre terra. Ci sono altre strade, ma quella le apre tutte».

L’altro nome da citare è quello di Mamadou Cissokho. Giovane maestro senegalese, il disinteresse per la scuola da parte di troppi genitori lo inquieta – non più, peraltro, della loro condizione di piccoli agricoltori: perché, anche se l’annata è stata buona, non riescono mai a cominciare il nuovo anno di lavoro senza essersi indebitati? Nel 1974 Mamadou lascia l’insegnamento – «la scuola allontana dalla terra»… – e torna alla zappa. Persuaso però che è tempo di cambiare, comincia a capire che molti problemi vengono dal modello di “sviluppo” veicolato acriticamente dai governanti africani. Crea un’associazione. Ne sorgono altre, anche nei paesi vicini. Nel 2000 si federano in una «piattaforma» regionale (in sigla, Roppa), di cui egli è il presidente, oggi onorario. Cissokho diventa uno dei volti africani importanti del Forum sociale mondiale in fatto di mondo contadino.

Ha poi tradotto la sua lunga e preziosa esperienza in un libro, nel quale fa memoria, tra l’altro, di un suo intervento alla Fao, alla testa di una delegazione della federazione senegalese di ong agricole: «Gli abbiamo fatto vedere come il loro organismo agiva in complicità con il governo contro i contadini».

Vittima ante litteram dei cambiamenti climatici, di stragi ambientali nonché di politiche di sviluppo che per troppo tempo hanno metodicamente ignorato l’agricoltura e l’ambiente, c’è però anche un’Africa che è divenuta un ricco laboratorio di pratiche e di idee. Di uomini e di donne, che pensano e che si mobilitano. Dietro Wangari, insomma, non c’è il deserto.



I libri di cui si parla

Niyi Osundare, L’occhio della terra, Le Lettere, 2006, bilingue inglese/italiano; ed. or. 1986
Léopold Sédar Senghor, «Notturni» (1961) in Canti d’ombra, Passigli, 2000
Wole Soyinka, Sul far del giorno, Frassinelli, 2007
Sule Emmanuel Egya, Nature and environmentalism of the poor: ecopoetry from the Niger Delta region of Nigeria, in Journal of African Cultural Studies, publ. online 10 Sep 2015
Gabriel Okara, La voce, Sei, 1987; ed. or. 1964
Ogaga Okuyade, edited by, Eco-critical literature. Regreening African landscapes, African Heritage Press, 2013
Okey Ndibe, Il prezzo di Dio, Edizioni Clichy, 2015
Wangari Maathai, Solo il vento mi piegherà, Sperling & Kupfer, 2007
Id., La sfida dell’Africa, Nuovi Mondi, 2010Id., La religione della terra, Sperling & Kupfer, 2011
Pierre Rabhi, Parole di terra, Pentàgora, 2014
Id., Manifesto per la terra e per l’uomo, ADD, 2011
Id., La sobrietà felice, ADD 2013
Id., La parte del colibrì, Lindau, 2014
Mamadou Cissokho, Dieu n’est pas un paysan, Présence Africane, 2009

Pubblicato su AMANI dicembre 2015
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