Desmond Tutu: «Dio è sovversivo»

tutu-templeton-africa-mazzolaL’arcivescovo che ha guidato l’eccezionale esperienza della Commissione verità e riconciliazione affida al suo ultimo libro la fede e la spiritualità che lo hanno sostenuto per tutta una vita di battaglie.

Una sera, san Giuseppe supplica il locandiere: «Per favore, mi aiuti! Mia moglie sta per partorire». Il locandiere risponde: «Mi scusi… Non è colpa mia». E Giuseppe: «… ma neanche mia!».

È una delle tante barzellette e battute che il Nobel per la Pace sudafricano, 85 anni il prossimo ottobre, ama raccontare e che sottolinea con la sua risata travolgente e sincera. Barzellette di cui peraltro lui è stato anche oggetto, e in cui «facevo sempre una brutta fine», ricorda in Anche Dio ha un sogno (L’ancora del Mediterraneo). Come quella risalente agli «anni bui del passato» e che racconta come Reagan, prima di atterrare in Sudafrica, veda sul fiume Orange qualcosa che lo rallegra: «Il ministro degli Esteri Pik Botha e il presidente P.W. Botha su un motoscafo da corsa che mi trainavano in uno sci acquatico». Al suo arrivo, Reagan si congratula calorosamente con i dirigenti sudafricani per i loro passi avanti nel superamento dell’apartheid, visto che facevano sport con Tutu. E riparte. «È un simpaticone – commenta Pik con l’altro Botha –. Però non capisce nulla della caccia al coccodrillo!».

Dopo la morte di Mandela e tante figuracce dell’African National Congress, Desmond Tutu rimane l’ultimo grande testimone del sogno della Nazione Arcobaleno – fu lui battezzare in questo modo il Sudafrica del post-apartheid. Sua è anche la divulgazione della parola ubuntu, che da termine del gruppo linguistico nguni è divenuto concetto globale. «”Una persona è tale attraverso altre persone”. Non ci concepiamo nei termini “penso dunque sono”, bensì: “Io sono umano perché appartengo, partecipo, condivido”», come Tutu stesso spiega in Non c’è futuro senza perdono (Feltrinelli, 2001), il libro in cui racconta dal di dentro, con la sua caratteristica sincerità, il doloroso, controverso e stupefacente percorso della Commissione verità e riconciliazione che presiedette dal 1995 al 1998.

Sovversivi come Dio

Se oggi torniamo a parlare di Tutu, che da una decina d’anni lotta con energia contro un cancro, è perché l’edizione italiana del suo ultimo libro, Il mio Dio sovversivo (e il titolo già ne dice), ci offre un condensato della fede, teologia e spiritualità che per tutta la vita lo hanno guidato e sostenuto. Possiamo individuarvi due grandi affinità: l’una con la teologia della liberazione latinoamericana – il momento dell’Esodo, quando «Dio riscattò un’accozzaglia di schiavi», anche per lui è fondamentale – e l’altra con il “pensiero unico” della misericordia tipico dell’attuale vescovo di Roma. Il tutto, argomentato con semplicità ed efficacia, sul doppio binario delle Scritture e della sua esperienza personale, inestricabilmente legata alle vicende del suo Paese. Un libro che avrebbe potuto anche intitolarsi “Leggere la Bibbia a Robben Island”…

Una vita come quella di Desmond Mpilo Tutu non si riassume in poche righe. Segnaliamo solo le principali svolte. Nato il 7 ottobre 1931 nel Transvaal, da madre tswana e padre xhosa – del gruppo amaMfengu, «gente industriosa», come ricordava Mandela nella sua autobiografia –, battezzato metodista e passato all’anglicanesimo da ragazzo, diventa sacerdote “per caso”, come lui stesso racconta, nel 1961. Cinque anni prima aveva sposato Leah Nomalizo, dalla quale avrà quattro figli. Il suo sogno proibito (per motivi economici) era la medicina, ma “ripiegò” sull’insegnamento, a Johannesburg, abbandonato quando, nel 1957, fu promulgato il Bantu Education Act: la segregazione razziale istituzionalizzata nella scuola. A Londra completa la formazione teologica e, quando torna a casa per dei periodi di docenza teologica, si fa notare per il suo coraggio nel denunciare l’apartheid.

Tutte le prime volte

Nel 1975 comincia per Tutu una lunga serie di premières in campo anglicano ed ecumenico: è il primo nero a diventare decano della cattedrale di Johannesburg; poi, 1976, primo vescovo nero del Lesotho; 1978, primo segretario generale nero del Consiglio sudafricano delle Chiese, pulpito da cui risuonerà sempre più vigorosa la sua voce, tanto che nel 1984 il Nobel per la Pace è suo; nel 1985 è il primo vescovo nero di Johannesburg e, l’anno seguente, è il primo arcivescovo nero di Città del Capo.

Poi, 11 febbraio 1990, la liberazione di Mandela. Madiba trascorrerà la sua prima notte di libertà proprio nella residenza episcopale di Tutu. E quando verrà il momento di scegliere il presidente della Commissione verità e riconciliazione, sarà a lui che, senza esitazione, il presidente del Nuovo Sudafrica penserà.

C’è un aneddoto, a proposito di questa coppia antiapartheid, che il Dalai Lama riporta nel suo libro La saggezza del perdono, mettendolo in bocca a Tutu stesso: «Alcuni anni fa, mi trovavo a San Francisco quando una donna si precipitò a salutarmi molto calorosamente. Mi disse: “Salve, arcivescovo Mandela!”»… Immaginiamo la sua risata nel raccontarlo dal vivo!.

O la terra o la Bibbia

E c’è una storiella celebre, quasi una barzelletta, forse la più citata di Tutu ma spesso ricordata solo a metà. È con essa che il suo ultimo libro apre. «Molto tempo fa, quando i primi missionari arrivarono in Africa, noi avevamo la terra e loro la Bibbia. Dissero: “Preghiamo!”. Abbiamo chiuso gli occhi con il dovuto rispetto, e alla fine hanno detto: “Amen”. Abbiamo riaperto gli occhi ed ecco, i bianchi avevano la terra e noi la Bibbia».

«La storiella, però, non è corretta», commenta subito l’arcivescovo. È vero che i missionari sono giunti coi coloni, ne sono anzi stati l’avanguardia. Ma «quasi tutti noi che facciamo parte della comunità nera dobbiamo la nostra istruzione a quegli indomiti europei». E anche le cure mediche e molto altro. Ma soprattutto la Bibbia, «un libro che è più radicale e più rivoluzionario di qualunque manifesto politico. Era come se la Bibbia fosse stata scritta apposta per sostenere la nostra particolare lotta contro l’apartheid». Il concetto viene ribadito per chi ancora dubitasse: «Se si vuole sottomettere e opprimere qualcuno, l’ultima cosa da mettergli in mano è la Bibbia». E questa, per Tutu, non è una barzelletta.


Disco, libro, film
miles_davis_tutu_africa_mazzolaÈ del 1986 l’album, intitolato semplicemente Tutu (Warner Records), che Miles Davis dedicò al primo arcivescovo nero di Città del Capo. Otto brani “fusion”, con strumentazione quasi completamente elettronica – tranne, naturalmente, la tromba – che tra l’altro restituirono al grande jazzista lo smalto che aveva un po’ perduto.

tutu-emi-africa-mazzolaIl mio Dio sovversivo (Emi, 2015) è da considerarsi il testamento spirituale di Tutu. Ricordi d’infanzia, squarci autobiografici e il suo pensiero s’intrecciano con la meditazione del vertiginoso amore di Dio e della incommensurabile dignità umana di ogni persona, condotta sul filo della Bibbia. E anche nel testo scritto echeggia la sua calda oratoria. Nell’intervista in appendice, l’autore rivela aspetti della sua esistenza finora inediti.

tutu-withaker-film-africa-mazzolaForest Withaker, Oscar 2007 per la sua interpretazione di Idi Amin in L’ultimo re di Scozia, è ora Desmond Tutu in The Archbishop and the Antichrist, il film che Roland Joffé (Urla del silenzio, Mission) sta girando. Nell’opera teatrale di Michael Ashton, su cui il film si basa, l’arcivescovo si confronta con un assassino bianco in prigione, interpretato da Vince Vaughn (Into the Wild). Storia di redenzione nel dopo-apartheid.

pubblicato su Africa 1/2016

 

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