Lettori, dove siete?

lettori-dove-siete-stampa-cattolicaL’agenzia missionaria Misna e la storica rivista di informazione e riflessione ecclesiale Il Regno hanno chiuso (per quest’ultimo c’è ancora una speranza). Sono solo gli ultimi crolli (per ora) di una sequenza che sta decimando la stampa cattolica. Per mancanza di abbonati e (quindi) di risorse economiche.

Poco più di un anno fa, in occasione della chiusura del mensile dei gesuiti Popoli, ci eravamo soffermati sulla crisi dell’editoria missionaria. Siamo ora obbligati a tornarci su, e ampliando lo sguardo. A fine dicembre ha chiuso i battenti anche Missionary International Service News Agency, il sito creato da padre Giulio Albanese nel 2007. Un naufragio annunciato: se tutti hanno sempre riconosciuto il ruolo necessario di questa agenzia – nota forse più agli operatori dell’informazione che al grande pubblico – e il suo essere nata sul web, dunque al passo coi tempi, i conti economici non sono però mai tornati. Gli istituti missionari non avevano certo dato vita a un organo d’informazione per guadagnarci, ma da «quasi dieci anni» Misna era in una fase di «criticità», come hanno ricordato nel loro comunicato stampa del 15 gennaio i superiori generali competenti (dei missionari saveriani, comboniani, Consolata, Pime).

Andando in parte controcorrente alle numerose e vivaci reazioni degli amici della Misna, Renato Kizito Sesana – missionario-giornalista di lunga data – sostiene nel suo blog che «l’informazione dal Sud del mondo è importante, ma ci deve essere una proporzione fra l’importanza che una testata ha nel mondo dell’informazione e la perdita economica». Padre Kizito inserisce poi la fine della Misna nel contesto del «pronunciato invecchiamento» del mondo missionario, anche se è comunque «impensabile che oggi i missionari si suicidino tagliandosi fuori dai moderni mass media».

«La proprietà non è più in grado di sostenerne il peso», ha scritto nel suo congedo il direttore di Settimana, foglio che nacque nel dopoguerra come sussidio per il clero. Nel 2014 era stata la volta di Evangelizzare, pensata per i catechisti: «Ha dovuto arrendersi alle implacabili leggi del mercato», leggiamo nel sito della Elledici. Se poi ci volgiamo alla “corazzata” dei paolini, ci risulta che il mensile Jesus (già ridimensionato tempo fa) si sia salvato per il rotto della cuffia e che il settimanale Credere debba essere grato al Giubileo per esserne divenuto la rivista ufficiale…

Nel settore libri la situazione non è più allegra. Nel 2013, tre dei principali distributori cattolici si sono unificati; ma neppure la nuova realtà pare aver trovato la formula magica per invertire la tendenza…

Giovani non “formattati” per approfondire

Ultimamente hanno suscitato dibattito soprattutto la fine della Misna e del Regno (quest’ultimo sta comunque per ripartire grazie a un’associazione che ha rilevato la testata dal suo storico editore). Molti gli elementi di analisi emersi; meno quelli che prospettino una vera soluzione. Eccone alcuni, che, nel nostro tempo “postmoderno”, sono comunque tutti intrecciati tra loro.

Le riviste di cui parliamo vivono sostanzialmente tutte di abbonamenti, non potendo contare, sia per scelta sia perché scarsamente appetibili agli inserzionisti, su significative entrate pubblicitarie. L’editore – si tratta quasi sempre di congregazioni religiose – vuole svolgere una “missione” e non un business, quindi… ripiana i deficit. Ma fino a un certo punto, tanto più se non si intravede un’inversione di rotta. Un taglio di qua, un tentativo di rilancio di là, e poi… si chiude. Il punto è che gli abbonati (e/o acquirenti di singole copie) sono scesi costantemente, da almeno vent’anni a questa parte, fino a scendere sotto la soglia critica. Perché? Le spiegazioni sono concomitanti: l’ultima è la crisi economica, ma ci sono la galoppante secolarizzazione, che restringe il bacino dei potenziali aficionados; il decesso dei lettori storici; il mancato rimpiazzamento di questi da parte delle nuove generazioni; la disaffezione alla lettura. E qui si apre un altro capitolo: i giovani (in realtà s’intende la fascia di popolazione fino ai 40 anni) non “capiscono” il linguaggio della stampa ecclesiale.

E a dire il vero non capiscono nemmeno quello di gran parte della stampa tout court. È vero, ci sono tante iniziative di “giornale a scuola”. Bella cosa ma che non stimola, a quanto pare, le nuove leve alla lettura (e ancor meno all’acquisto) del quotidiano (né delle riviste “impegnate”). «Lo leggeranno sul telefonino!». Vero a metà. No, se c’è da pagare. Sì, ma solo sotto forma di spezzatino, se mediato dal proprio social network di riferimento.

Oggi, diceva di recente in una trasmissione radiofonica Marcello Neri, docente di teologia in Germania, «nemmeno i giovani universitari hanno più la “naturale” predisposizione all’approfondimento e all’analisi: la tendenza è a usufruire di informazioni di uso immediato. E l’analisi che fine fa?… La loro struttura antropologica non va più in questa direzione». Non si tratta di fare la morale ai giovani d’oggi; va semplicemente preso atto che la modernità (nel senso alto del termine, non in quello tecnologico) «è davvero finita storicamente da tempo, e si è esaurita anche la forza residuale delle sue rimanenze culturali e civili». Se così stanno le cose, «allora ci troviamo davvero in una stagione del tutto inedita».

Immaginare il nuovo

In altre parole, la soluzione non sta nel trasferire i testi dalla carta agli schermi dei tablet, ma nell’adottare nuovi “linguaggi” nei quali i giovani adulti possano sentirsi a casa propria. È possibile farlo senza perdere al tempo stesso la dimensione dell’approfondimento e della “durata”? La sfida è ardua e forse nessuno ha le idee davvero chiare, appunto perché ci troviamo davanti all’inedito.

Forse la strada passa per la valorizzazione delle comunità di interesse, che stanno alla base del successo dei social network – così almeno la pensano i protagonisti di una discussione sul tema organizzata dalla rivista Jesus. In fondo la stampa ecclesiale si basa storicamente su questo (dalla condivisa fede in Cristo alla singola missionaria attorno a cui si è creato un gruppo d’appoggio che si dota di una “lettera” di collegamento). La stampa missionaria ed ecclesiale di domani dovrebbe forse ripartire da qui, dal fornire gli strumenti e i temi d’informazione e di riflessione – non importa se cartacei o digitali – “richiesti”, ancorché in modi non chiaramente formulati, da tali community. È una dinamica che non è poi così nuova, ma che esige coraggio e fantasia per essere ritradotta in modalità tali da motivare i potenziali lettori ad “abbonarsi” alla rivista o al sito che avranno avvertito come necessari per coltivare, appunto, i propri “interessi”.


Chiusi o in bilico
Oltre alle testate, chiuse o ridimensionate, menzionate in Combonifem 1/2015, ecco l’elenco delle altre (certamente non tutte) al gennaio 2016.

In ambito missionario: Ad Gentes, semestrale di Teologia e Antropologia della Missione; agenzia Misna; Libreria dei Popoli di Brescia (dei saveriani; anche le loro riviste Missione oggi e Cem Mondialità sono in una fase critica).

Altre riviste ecclesiali: Il Regno (Centro Editoriale Dehoniano, Ced; riprenderà le pubblicazioni con un editore ad hoc); Evangelizzare (prima Ced, poi Elledici); Settimana (per gli operatori pastorali), Rivista di Teologia Morale e Musica e Assemblea (tutte edite da Ced). Testimoni (per la vita consacrata) non ha chiuso ma è passata da quindicinale a mensile, e con foliazione ridotta (Ced). E anche l’agenzia cattolica indipendente Adista è sempre un po’ a rischio.

Inoltre hanno chiuso l’editrice Monti (dei Figli dell’Immacolata Concezione di Saronno) e (nel 2013) diverse librerie della salesiana Elledici.

Pubblicato su Combonifem 2/2016

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