Quando l’Africa si pensa

atelierspenseeGiornate intense, quelle degli Ateliers de la pensée (Laboratori del pensiero) in Senegal a fine ottobre. Una ventina di intellettuali africani – francofoni anche se quasi tutti “afropolitani”: avvezzi, cioè, a vivere in pianta stabile o a periodi alterni in altri continenti e paesi, non di rado anglofoni – si sono ritrovati per “pensare l’Africa”. Spunto: l’uscita quasi simultanea, nel 2016, di due volumi non banali: Politiques de l’inimitié di Achille Mbembe e Afrotopia di Felwine Sarr. Perché non organizzare, invece delle consuete presentazioni di libri, un pensatoio assieme ad altre teste d’uovo di una nuova generazione (non in termini necessariamente anagrafici) inquieta per le sorti del suo continente d’origine? Un modo simbolico, ma anche abbastanza concreto, di esprimere la voglia dell’Africa di prendersi in mano, di non lasciar cadere, ma rinnovandolo, tutto il patrimonio di riflessione di almeno un secolo di «lungo cammino verso la libertà»…

Pochi i politologi veri e propri presenti; più in evidenza scrittori, storici e filosofi, che in ogni caso mantengono al cuore della loro opera – letteraria, saggistica, di insegnamento o altra – una preoccupazione altamente “politica”. Tutti condividono alcune constatazioni, come: lo specchio deformante attraverso cui l’Africa continua a essere vista dall’Occidente (anche ove si sia passati dall’afropessimismo all’afrottimismo); la nozione di «ritardo» africano (collegata all’ideologia dello sviluppo) che abita le menti anche di molti africani; la condizione neocoloniale in cui essa tuttora versa… E fin qui, niente di troppo nuovo. Ma non manca la critica interna: nei confronti del potere africano e delle sue generali difficoltà con la democrazia, della questione dell’etnicità… e anche nei confronti del mainstream intellettuale. «Achille Mbembe – dice Felwine Sarr a chi lo interroga su questo punto – è un esempio troppo raro di intellettuale che tenta di rinnovare le categorie attraverso cui si pensa l’Africa. Il discorso universitario africano continua a fondarsi in larga parte su concetti e categorie la cui geografia e storicità sono occidentali».

Che ne è allora della vera indipendenza, a parte le indipendenze nazionali formali raggiunte per lo più negli anni Sessanta? La mente va a politologi che erano soprattutto dei leader: Nkrumah, Lumumba, Kenyatta, Senghor, Nyerere… Tutti personaggi che, ciascuno a modo proprio, erano proiettati verso un’emancipazione sostanziale – più tardi verrà Sankara a rilanciare il sogno. Oppure vengono in mente storici, filosofi o sociologi con la loro scienza messa al servizio di un’ipotesi di Nuova Africa fiera di sé e viabile: da Ki-Zerbo a Cheikh Anta Diop, da Jean-Marc Ela a Elikia M’Bokolo e a Eboussi Boulaga… Di quest’ultimo – tuttora attivo, e che non considera i diritti umani un’invenzione occidentale – ricordiamo un saggio, di ambito strettamente politico, sulle Conferenze nazionali sovrane degli anni Novanta; oggi egli osserva con simpatia i movimenti popolari degli ultimi anni (la rivoluzione dal basso in Burkina Faso, l’opposizione alle ricandidature incostituzionali di presidenti già al potere…), allertando però, al tempo stesso, sull’«oscuramento sempre possibile della luce che ha brillato».

La voce di Mbembe è probabilmente quella oggi più lucida, libera e feconda. Il filosofo camerunese, professore all’ateneo “Wits” di Johannesburg, si rifà volentieri a Frantz Fanon (lo psichiatra della «interiorizzazione dell’inferiorizzazione», autore di I dannati della terra), ma sottomette anche lui a critica (specie per la legittimazione della violenza rivoluzionaria). In Postcolonialismo non esita a mettere sotto accusa, oltre all’afropessimismo e all’africanismo, anche l’afrocentrismo «con tutte le sue varianti», panafricanismo e «egittomania» inclusi. Per i sostenitori di tale discorso, «l’Occidente è l’oggetto oscuro del loro odio» e rimangono dunque prigionieri di chi, potremmo dire con altre parole, detta loro l’agenda. Una conseguenza pratica è, per esempio, che l’ossessione per il rapporto conflittuale padre-figlio (ossia colonizzatore-colonizzato) «occulta l’intensità della violenza “del fratello sul fratello” e lo statuto problematico della “sorella” e della “madre” in seno alla fratria». Ora, ciò che Mbembe si propone è proprio questo, come egli stesso dichiara: «Aprire la strada alla critica di sé e al pensiero della responsabilità». Un lungo, ma già ben avviato, cammino verso la libertà.


Libri

Alcuni titoli in italiano, di autori africani, tra filosofia, etica e politica: Kwame A. Appiah, Cosmopolitismo (Laterza, 2007); Jean-Marc Ela, L’Africa a testa alta di Cheikh Anta Diop (Emi, 201); Frantz Fanon, Pelle nera, maschere bianche (Ets, 2015); I dannati della terra (Einaudi, 2007); Joseph Ki-Zerbo, Punti fermi sull’Africa (Emi, 2011); Patrice Lumumba, Discorsi politici (Fuorilinea, 2016); Achille Mbembe, Postcolonialismo (Booklet, 2005); Necropolitica (Ombre Corte, 2016); Kwame Nkrumah, Africa Must Unite (Eir, 2011); Thomas Sankara, I discorsi e le idee (Sankara. 2006); Wole Soyinka, Africa (Bompiani, 2015).

Pubblicato su AMANI 2/2016
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