Ubuntu. Oppure l’incubo

“We belong to each other” – Scuola di Kerker, Monti Nuba (Sudan)

«Nonostante tutti i discorsi sul panafricanismo e sull’ubuntu, l’Africa è un continente che sa come maltrattare i suoi figli, soprattutto i più deboli», scriveva tempo fa un giornalista del Daily Maverick (il quotidiano digitale di Johannesburg che pubblica le vignette di Zapiro, per intenderci) trattando delle crisi dei migranti intra-africane. Ki-Zerbo, da parte sua, osservava quindici anni fa che «quando, in un determinato paese africano, il 10% della popolazione controlla il 50% dei redditi, il sogno dell’ubuntu diviene un incubo». Potremmo aggiungere, dalla nostra sponda, che nemmeno nelle società dove il Vangelo è (era) storicamente più radicato si è mai vissuto il paradiso in terra.

Eppure, da quando il termine ha cominciato ad attecchire anche al di fuori dello spazio africano – e molto lo si deve all’omonimo sistema operativo open source, versione più friendly di Linux e di paternità non a caso sudafricana –, esso pare conservare ancora tutta la sua forza, freschezza e fecondità.

Che cosa vuol dire ubuntu? È una parola xhosa e zulu, del ceppo linguistico bantu, e l’assonanza non è casuale. Se bantu, plurale di muntu, significa “persone”, ubuntu è come la “sostanza” – per metterla giù in termini aristotelici – soggiacente agli esseri umani. Una sostanza meno metafisica, se vogliamo, e più etica. «Io sono perché noi siamo»: così traduceva il senso di ubuntu un teologo anglicano come il keniano John Mbiti, nel suo Oltre la magia (Sei, 1992; ed. or. 1969); che completava: «E, poiché siamo, dunque io sono. Questo è un punto cardinale per comprendere il concetto africano di uomo». Il lancio planetario della parola si deve, oltre che all’informatica, a due nomi sempre sudafricani: Mandela e Desmond Tutu. Si tratta dell’«essenza dell’essere umano – scrive l’arcivescovo Nobel per la pace in Non c’è futuro senza perdono (Feltrinelli, 2001) –. È parte del dono che gli africani danno al mondo. Abbraccia l’ospitalità, il prendersi cura degli altri, la voglia di affrontare mille miglia per amore degli altri. Crediamo che una persona è una persona attraverso un’altra persona. Che la mia umanità è allacciata, afferrata inestricabilmente nella tua. Se ti disumanizzo inesorabilmente, disumanizzo me stesso. L’individuo solitario è una contraddizione in termini e, quindi, tu cerchi di lavorare per il bene comune perché la tua umanità partecipa della sua stessa comunità, le appartiene». È la filosofia su cui poggiava la Commissione verità e riconciliazione (Trc). We belong to each other (agli amici di Amani fischieranno le orecchie).

Rileviamo come il concetto venga volentieri ripreso in campo teologico. L’afroamericano Michael Battle ha scritto due libri specifici, uno dei quali dedicato alla Ubuntu Theology of Desmond Tutu (Pilgrim Presss, 2009). All’ubuntu si accenna, in maniera anche critica, nel recente The Church We Want, titolo che ha chiamato a raccolta i migliori teologi africani del momento (Orbis, 2016). Mwenda Ntarangwi aveva già scritto su Jesus and Ubuntu: Exploring the Social Impact of Christianity in Africa (Africa World Press, 2011). Su riviste specializzate come Black Theology, e altre, si moltiplicano gli articoli, di autori quasi sempre africani, che affrontano l’ubuntu sotto diversi profili: socio-morale, etico, politico… anche socio-linguistico. In una tesi di master di teologia sul rapporto tra il peccato e il male, discussa nel 2004 all’Università di Città del Capo, ci s’interrogava sul «contrasto tra l’affermazione dell’ubuntu e la prevalenza della corruzione» nel continente.

C’è anche chi lamenta che l’impiego fatto del termine – che è attestato fin dal 1846, ma il boom si è avuto tra il 1993 e il 1995 – si applichi indistintamente ora a «una qualità umana» ora a un Umanesimo africano, a una filosofia oppure a un’etica, o ancora a una weltanschauung… Certo è anche diventato una password buona per molte cose (… Ubuntu Cola compresa). Persino per drammatici ossimori. Zapiro disegnò una vignetta, in occasione dei movimenti xenofobi del 2008, dove si vedevano sudafricani doc massacrare uno straniero perché non conosceva la parola ubuntu! Una caricatura, sì, ma ispirata a fatti reali.

Che cosa leggere, in italiano, oltre a quanto scritto da Tutu, per non fermarci agli slogan? Non esiste, a mia conoscenza, un libro dedicato all’ubuntu, ma almeno due titoli gli riservano un certo spazio. In La filosofia africana oggi e l’idea di persona: il «muntuismo» (L’Harmattan Italia, 2016) di Ezio Lorenzo Bono, missionario e professore universitario in Mozambico, non poteva non trovare posto l’«ubuntuismo» come, in particolare, è esaminato dal filosofo mozambicano José Paulino Castiano. L’altro autore è il sempreverde Joseph Ki-Zerbo. In una conferenza raccolta all’interno del suo Punti fermi sull’Africa (Emi, 2011), lo storico burkinabé riprende il termine, che pur non gli appartiene linguisticamente, per sviscerarlo in poche pagine, e mostrare di quante possibili armoniche sia ricco. «Ubuntu è la collettività umana solidale», esordisce. Ma non è certo «solidarietà etnica, con tutto ciò che la parola comporta in quanto torbida ed equivoca». L’ubuntu «è l’alterità. È l’apertura empatica agli altri. È il pregiudizio favorevole per principio. È l’amicizia preventiva. È lo stato di grazia dei rapporti umani». Sentimenti? Sogni? Non solo. Ki-Zerbo ci tratteggia quanto tutto questo, nella società tradizionale, si traduca in organizzazione sociale, in economia, in pace e nonviolenza, in educazione, in welfare… È anche oltremodo conscio dell’impatto coloniale e postcoloniale: «È possibile far funzionare l’atteggiamento ubuntu, che appartiene a un modo di produzione precapitalistico, con la sua “economia del dono”, interessato più ai legami sociali che ai beni materiali, in un modo di produzione ultracapitalistico e neoliberista, chiuso a doppia mandata dalla mondializzazione?».

Oggi forse ancor più che il giorno in cui Ki-Zerbo pronunciò questo discorso sull’«uomo come rimedio all’uomo» (la crisi del 2007 non era ancora esplosa), tali parole sembrano pertinenti anche per il nostro mondo, oltre che per l’Africa. Più ubuntu per tutti. Altrimenti è l’incubo.

Pubblicato su AMANI 1/2017
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