Due o tre cose che so di Solalinde

Solalinde_fotoMazzola-okHo avuto l’opportunità di passare qualche ora con padre Alejandro Solalinde, il “difensore dei migranti”, candidato al prossimo Nobel per la Pace, che da oltre dieci anni in Messico si dà da fare giorno e notte per offrire loro un momento di sosta nel drammatico viaggio dal Centro America verso il Rio Bravo, e soprattutto per difendere i loro diritti. Di lui molto si è scritto sulla stampa italiana, ed è stato ospite di numerosi programmi radiotivù, in queste settimane di tournée in occasione dell’uscita del suo libro (scritto a quattro mani con Lucia Capuzzi), I narcos mi vogliono morto (Emi). Non mi rimetterò quindi a raccontare di lui. Mi limito a qualche sottolineatura.

Convertito dai migranti

Padre Solalinde ha oggi 72 anni. È divenuto la figura più nota, in Messico, per l’impegno con gli indocumentados, ma in fondo è attivo in questo campo da “soli” dodici anni. Prima conduceva una normale vita da prete, anche con una responsabilità nell’Azione cattolica a livello nazionale, ma è a 60 anni suonati che per la prima volta «vede», come egli stesso dice, i migranti. E si butta nel nuovo impegno anima e corpo, entrando quasi subito nel mirino dei narcos (il titolo del libro non è un’enfasi giornalistica: sul suo capo pende una vera taglia da parte dei cartelli della droga, e deve muoversi con una scorta di quattro uomini).

In altre parole, la sua è una conversione fatta all’età in cui si sogna la pensione o comunque si crede di avere già dato, nella vita, il meglio che si è stati capaci di dare (anche per le forze fisiche che ora cominciano a declinare, ecc.). Ed è una conversione radicale.

Serenità festiva

La sua serenità è un altro tratto che conquista chi lo incontra. Anche quando gli si chiede come si sente, sapendo di essere un bersaglio, e che se non lo hanno ancora ammazzato non è tanto grazie alla scorta quanto perché il suo assassinio sarebbe scomodo da gestire per i politici collusi con la malavita, padre Alejandro confessa di aver avuto paura, sì, le prime volte che si è trovato a dover affrontare delle serie minacce. Ma di aver ogni volta sperimentato la grazia dello Spirito Santo che gli suggeriva gesti e parole che nemmeno lui aveva immaginato prima di poter esprimere. E oramai… si sente sereno. A chi gli chiede se non ha paura nemmeno della tortura, risponde che è una prospettiva che certo non lo lascia indifferente, ma confida che dall’alto gli venga data la forza nel momento opportuno.

Una serenità che sembra essere collegata anche a uno dei mille insegnamenti che egli afferma di ricevere dai migranti: quello del senso della festa, sempre pronto a rinascere anche nelle persone più ferite e umiliate dalla vita. E davvero la sua appare come una serenità “festiva”.

Fede e libertà

Poi colpisce la sua libertà, di spirito e di parola. Senza peli sulla lingua dice che buona parte della gerarchia, in Messico, non lo capisce o non lo sostiene. Qualche vescovo è arrivato anche a minacciarlo, in un crescendo di: sospensione a divinis, riduzione allo stato laicale, scomunica… Solalinde non si scompone. «Ci tengo moltissimo al mio sacerdozio, ma non al prezzo di lasciare il mio impegno accanto ai migranti. E poi… mi facciano vedere costoro qual è il loro titolo di proprietà sulla Chiesa! È casa  mia quanto è casa loro».

In ogni caso vede che la Chiesa nel suo complesso si è messa in movimento. Non si possono pretendere mutazioni drastiche e repentine. Ma il fatto che a Roma ci sia adesso un vescovo venuto dalla fine del mondo – e in particolare dall’America Latina –, e che si capisce quanto voglia cambiare le cose, è già una grande promessa. Quando padre Solalinde racconta il suo breve incontro con lui in Piazza San Pietro, si commuove. Le poche parole e soprattutto i gesti di Francesco verso di lui lo hanno fatto sentire definitivamente confermato nella sua vocazione di «missionario itinerante» presso i migranti. E il Premio al quale è candidato? «L’incontro con papa Francesco per me è stato più importante del Nobelper la Pace».

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