“Nessuno ne parla”. Ma c’è qualcuno che ascolti?

Di questo i giornali non parlano mai… In tivù non l’ho mai visto… Nessun giornalista che tratti questo tema… Sono venuto a sapere di questo e questo, ma la stampa ha interesse a non divulgarlo… Anche voi della radio ci tenete nascosto che…
Sono anni che noto questo tipo di categorici incipit
negli interventi di molti ascoltatori in programmi radiofonici con filo diretto col pubblico (tipicamente, Prima pagina su Radio3 Rai, ma non solo). Ci sono quelli che fanno questo tipo di affermazioni in modo “ideologico” (stile anni Settanta: giornali servi dei padroni, ecc.); altri, direi più numerosi, “ingenuamente”, ossia sinceramente convinti che le cose stiano proprio così. A parte il fatto che spesso il conduttore ha buon gioco a rispondere senza imbarazzo “guardi, ne abbiamo parlato ampiamente giusto ieri” o “il quotidiano X vi ha dedicato un’inchiesta proprio la settimana scorsa”, tale situazione si ripete in maniera così sistematica e trasversale che merita un barlume di riflessione.

Ariana Grande? Mai sentita dire prima

Inizio dal punto più critico: la scarsa, talora vicina a zero, capacità di ascolto. Chi, per esempio, segua il telegiornale in compagnia di altri avrà notato come spesso accada che, quando una notizia è ancora in corso di esposizione, ci sia qualcuno che già parte col suo commento ad alta voce e che ti copre il resto del servizio. Non ci sarà stata, in quel rimanente minuto e mezzo che nessuno avrà potuto udire, qualche informazione diversa da quella “presunta” a partire dalle prime battute dello speaker?

Ma questo può succedere a ognuno di noi anche senza trovarsi in compagnie moleste. Quanto davvero recepiamo, noi, del discorso dell’altro (mezzobusto televisivo o vicino di casa che sia)? È come se avessimo un nostro personale universo mentale nel quale penetrano solo i mozziconi di discorso che vengono a “confortarlo” (“la pensa proprio come me”… “ecco la conferma della fondatezza delle mie paure”…).

Gli scienziati dell’evoluzione umana potranno forse dire che tale selettività ha una base in ancestrali, se non pre-umani, comportamenti di difesa e di consolidamento del gruppo cui si appartiene. Rimane il fatto che, nel 2017 e.v., nella nostra società si sfiorano e giustappongono immaginari della realtà molteplici e tra loro confliggenti, con gradi di razionalità variabili e comunque mediamente bassi, e tra loro pressoché incomunicabili.

Io, che per anagrafe e sesso non c’entro niente con quel target, davvero non avevo mai memorizzato “Ariana Grande” fino al 22 maggio. Eppure sicuramente l’avrò sentita nominare, o intravista da qualche parte. Ma la mia selettività mentale (che è forse anche uno strumento di difesa dall’accumulo di informazioni “superflue”) mi ha sempre fatto scartare quel nome di cantante e attrice (adesso però lo conosco anch’io). Lo stesso dicasi per il mondo dell’agonismo, che non frequento. Evito però di affermare categoricamente che i mezzi di informazione si sono sempre disinteressati di Ariana Grande prima del 22 maggio di Manchester, oppure di Nicky Hayden prima che venisse travolto in bicicletta su una strada romagnola. Eppure c’è chi riesce a sostenere impavidamente l’esistenza di “buchi” informativi che alla prova dei fatti non reggono (non so trattenermi dal ricordare la telefonata di chi, pochi giorni fa, dichiarava quanto la Oriana Fallaci di La rabbia e l’orgoglio sia stata ostracizzata; invano il conduttore gli ricordava che articoli e libro sono stati pubblicati dal primo “giornalone” italiano – e periodicamente rilanciati fino a oggi, aggiungo io).

I media sono talmente tanti che…

C’è poi, e dovrebbe essere ovvio, il dato di fatto che gli organi d’informazione sono, anche mettendo tra parentesi i social network, abbastanza numerosi per non poter essere monitorati da un singolo cittadino. Non puoi quindi escludere che una o più testate abbiano trattato un tema che altre hanno ignorato, o al quale è stato semplicemente dato un diverso rilievo. Insomma, prima di dire “nessuno ne parla” servirebbe un briciolo meno di supponenza, o per lo meno non considerarsi i solitari paladini delle cause perse.

Ciò non toglie, è ovvio, che realmente ci siano notizie e argomenti (tanti!) che cronicamente vengono relegati nel dimenticatoio o in poche righe di agenzia. Quanti si occupano di Africa possono dirlo a ragion veduta. Certo ultimamente di Africa si parla fin troppo, ma quasi esclusivamente in termini di immigrazione e di sicurezza. Rimangono davvero ridicoli gli spazi dedicati a tragedie come la Rd Congo o il Centrafrica (una volta esaurita l’onda lunga del passaggio del papa) o, già più vicina a noi, la strage dei pellegrini copti nel pullman a sud del Cairo. Ancor meno gli spazi dedicati a un’Africa diversa e positiva (per quanto, almeno a livello di magazine, l’attenzione sia da anni in crescendo).

In conclusione (be’… dire “conclusione” è eccessivo): non mi metto certo a fare l’avvocato del sistema dell’informazione, che peraltro è abbastanza variegato da non poter essere né assolto né condannato in blocco. Trovo però che – come del resto avviene nei confronti della politica e perfino dell’economia – una buona fetta di responsabilità ricade anche (o anzitutto?) su noi cittadini. Che troppo spesso purtroppo non diamo dimostrazione di una maggiore capacità di ascolto rispetto a coloro che facilmente (e spesso non a torto) accusiamo di distanza dalla realtà.

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