Evangelizzare… con il vangelo!

Due anni fa, il 24 giugno 2015, padre Silvano Fausti tornava «a casa». Ecco un suo ricordo, stimolato dall’uscita di due volumi postumi (e appena pubblicato su Nigrizia).

«Mi permetto di dire un segreto, tanto ovvio quanto dimenticato: l’evangelizzazione si fa con il vangelo». «Cosa inaudita: padre La Braca evangelizza con il vangelo, il vangelo prima vissuto e poi annunciato!». «Ho capito la cosa più ovvia che ci sia: l’evangelizzazione si fa con il vangelo, con il vangelo conosciuto (basta frequentarlo assiduamente), testimoniato (questo mi riesce peggio!) e annunciato in semplicità, così come si è in grado di fare».

Ecco tre varianti, disseminate nei suoi libri, di uno degli inconfondibili leitmotiv di Silvano Fausti, un gesuita che di per sé non era missionario ad gentes, ma nel cui novero potrebbe figurare a pieno titolo. Il suo contributo, in questo campo, è aver formato un numero difficilmente calcolabile di missionari: dapprima attraverso l’insegnamento ai seminaristi del Pime e poi, soprattutto, grazie agli esercizi spirituali da lui guidati un po’ in tutti i continenti. Cui si aggiungevano, impegnandolo anche per vari mesi l’anno, corsi di aggiornamento e sessioni di formazione sulla Parola per i laici con ministeri nelle comunità di base. Non lo faceva in stile tocca-e-fuggi, ma immergendosi nell’ambiente che lo accoglieva, in atteggiamento di ascolto e senza risparmiare le sue salutari provocazioni. In Italia, egli andava costantemente nutrendo di parola di Dio clero, religiosi e laici di ogni orizzonte.

Padre Fausti se n’è «tornato a casa» (l’espressione è sua) due anni fa, il 24 giugno 2015, settantacinquenne, a compimento di un’esistenza interamente dedita allo studio e all’annuncio, nella prossimità con gli ultimi e, sempre, inseguendo e proponendo libertà. Quello della libertà è un altro dei suoi leitmotiv.

Eminenza, ti consiglio di…

Liberi. Beati quelli che crederanno senza sacrificare se stessi (San Paolo), Lettera a Voltaire. Contrappunti sulla libertà (Ancora), Verità del vangelo, libertà di figli (Piemme): sono i titoli di suoi libri in cui la parola libertà ritorna. Non per scarsità di fantasia, dunque, ma in linea con il filo rosso del pensiero del loro autore, due volumi postumi a sua firma sono stati intitolati Servire è libertà e Chiamati a libertà. Si tratta di raccolte di sue collaborazioni con riviste missionarie.

Popoli, mensile dei gesuiti, usciva per l’ultima volta nel dicembre 2014. Lungo gli ultimi quattro anni di pubblicazione, padre Fausti vi ha tenuto una rubrica, che da pagina di risposte alle lettere dei lettori si è convertita in un succoso commentario agli Atti degli Apostoli. L’eChiamati-a-liberta.jpgditore di Chiamati a libertà vi ha aggiunto altri due testi, su papa Francesco (anzi, sull’«odore di pecora») e sul cardinal Martini. Perché dell’arcivescovo di Milano padre Silvano era stato il confessore. «Ci vedevamo una settimana l’anno e poi, ogni due settimane, per una mattinata». E non per un’assoluzione frettolosa. «Io gli proponevo – ha confidato in un’intervista per la Fondazione Carlo Maria Martini rilasciata tre mesi prima di morire, disponibile su YouTube – una lettura biblica, che facevamo poi insieme, ed era molto stimolante per tutti e due». E con piacere ricordava come l’unico consiglio che osasse dare al cardinale era di andare in montagna, un giorno la settimana, «e di non far nulla. Perché aver a che fare con uno più importante di Dio, il quale un giorno si è riposato anche lui… non mi piace!».

Humour, arguzia, ironia, anche la battuta, non mancavano mai sulla bocca di padre Fausti. Come sanno quanti lo hanno incontrato – e hanno riconosciuto in lui, anche dopo esigua frequentazione, un “maestro” – e come traspare dai suoi scritti.

«Il tempo più bello della mia vita»

Servire è libertà è invece un libro legato a questa rivista. Nel 1982-83 Fausti aveva una sua pagina su Nigrizia, nell’ambito della rubrica di riflessione che è l’antenata di “Orme Servire_LIbertaGiovani”, in cui commentava il Vangelo di Marco. Zanotelli, allora direttore, abbinava poi al brano evangelico la figura di un testimone della fede. Il tutto confluiva in un testo d’autore, orante e poetico. Fausti non aveva ancora pubblicato nulla, a parte la tesi di dottorato. Ma che a Milano ci fosse qualcuno che proponeva Marco con uno stile nuovo, nel solco della lettura popolare della Bibbia, era giunta voce a padre Alex. Il quale, da parte sua, veniva dall’animazione missionaria giovanile e, in quell’ambiente (i gruppi Gim), le voci con un linguaggio rinnovato e portatrici di esperienze incisive erano ricercate.

«Andai a trovarlo nella sua comunità – ricorda oggi padre Alex –. Rimasi ben impressionato e ne nacque un rapporto, che abbiamo poi mantenuto. Padre Fausti ha avuto una certa influenza anche a livello di famiglia comboniana. Per esempio, padre Pierli, superiore generale, citò in Capitolo la sua Lettera a Sila». Anche Fausti ha fatto, a sua volta, un cammino significativo nell’approccio alla Parola. «Quello che io in lui criticavo – è sempre Alex che parla – è che i suoi commenti ai Vangeli, molto belli, non collocavano il testo nel contesto, né quello dell’epoca in cui era stato redatto né quello attuale».

All’epoca, Fausti aveva da poco cominciato i suoi viaggi fuori Europa. Dopo il Malawi, sarà invitato in una quarantina di paesi di missione, anzitutto per guidare ritiri spirituali (l’aria hippy e il portafogli vuoto nascondevano un gesuita autentico). In certi paesi amerà particolarmente ritornare. Come in Mozambico. E nella sperduta missione di Chipene in special modo. Vi erano rimaste, per via della guerra, solo quattro suore, e anche loro sul punto di essere ritirate. «Sentendo le angustie di suor Maria De Coppi (la superiora regionale delle comboniane), le chiedo se lascerebbe le suore a Chipene qualora un prete andasse lì per uno o due mesi l’anno. Mi risponde affermativamente». Padre Silvano ha così modo di trascorrervi «il periodo più bello della mia vita – così lo definirà nella sua autobiografia –. Dal punto di vista del lavoro è certamente il più povero. Mi limito a celebrare la messa con le suore durante la settimana e la domenica con una delle tante piccole comunità. Eppure è il più fruttuoso. Non per ciò che faccio io, ma per ciò che fanno le suore, rimaste lì grazie alla mia presenza».

Fra le altre missioni in cui Fausti lascerà il cuore, c’è Nyahururu, in Kenya, dove padre Gabriele Pipinato ha messo in piedi un’articolata struttura che mette al centro «handicappati mentali, minori abbandonati, ragazzi di strada, persone con aids, tossicodipendenti, ecc. È il luogo dove mi sono trovato più a mio agio, come a Chipene una trentina d’anni prima, in tutt’altra situazione».

«La missione – commenta oggi padre Zanotelli – gli ha fatto mettere in discussione un sacco di cose. E secondo me l’ha anche aiutato a contestualizzare la Parola, come si può intuire anche da una pagina particolare che ha inserito verso la fine della sua autobiografia». E che inizia così:

Sogno un papa che convochi un concilio
non un terzo Vaticano
ma un secondo Gerosolimitano
per de-religionizzare la Chiesa
in senso barthiano
o almeno de-clericalizzarla
in senso cristiano
o almeno de-occidentalizzarla
in senso cattolico
o almeno de-romanizzarla
in senso evangelico…


VILLAPIZZONE, INSIEME “PER CASO”

Legato alle sue origini contadine in Val Trompia, Silvano rimarrà sempre «allergico» alla scuola. Ma non allo studio. Dopo l’ordinazione sacerdotale nel 1968, fa un dottorato di teologia in Germania, sotto la guida di Walter Kasper, «sulla fenomenologia del sogni_allergiebenedizionilinguaggio, in vista di un’ermeneutica teologica». Nei fermenti post-sessantottini ha l’aria di sguazzarci. Non ha intenzione, e come lui un manipolo di confratelli che hanno preso a loro «istruttore» padre Tomas Beck, di incartapecorirsi nelle «solite istituzioni». Vogliono dare vita a una comunità «diversa», come Fausti racconta nell’autobiografico Sogni, allergie, benedizioni: diversa per tipo di abitazione (un appartamento); stile di vita (in amicizia e «facendo noi i lavori di casa»); forma di servizio apostolico («ovviamente gratuito» e condotto insieme, «con particolare attenzione a non credenti e non praticanti»).

Dopo alcuni tentativi, a Milano, la scelta del luogo definitivo della nuova comunità cade “casualmente”, nel 1978, su una cascina semidiroccata ormai inglobata nella città, in parte occupata da «collettivi extraparlamentari, con infiorescenze brigatiste». A padre Fausti l’hanno segnalata Bruno ed Enrica Volpi, una storica coppia di missionari laici rientrati dal Rwanda, decisi a non lasciar spegnere i valori esperimentati in Africa, e che nella sede dell’associazione Coopi ormai non hanno più spazio, tra figli loro, adottati e in affido.

Con un altro gesuita, Filippo Clerici, con cui condivide una inossidabile amicizia, Fausti si rimbocca letteralmente le maniche. In un anno di lavoro, la loro porzione di cascina, «la più malmessa», è resa abitabile. Giungono altri confratelli, e prende vita un’esperienza di vita religiosa nuova dove, tra l’altro, si fa cassa comune: non solo tra gesuiti ma con i Volpi, cui si aggiunge la famiglia Nicolai, dall’analogo passato africano, e con il campionario di varia umanità che qui si ferma per periodi più o meno lunghi. È da questo humus che padre Fausti annuncia il vangelo. Unicamente con il vangelo.

pubblicato su NIGRIZIA 6/2017
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...