Uguaglianza. O equità?

“Aiutiamoli a casa loro” – e nemmeno serve dire di cosa si parla. Un’esortazione che ha la sua buona dose di ragionevolezza. Peccato che intanto, da ben prima che l’invasione migratoria ossessionasse l’Europa, questa cominciava a smantellare, alla svolta del millennio, un suo fiore all’occhiello: la Convenzione di Lomé, che dal 1975 regolava gli scambi commerciali tra Ue e Paesi del Sud, in gran parte africani. «Un modello della politica occidentale verso il Terzo mondo», la definì La Civiltà Cattolica. Modello che consisteva nel non mettere realtà così diverse, quanto a forza economica, su un forzato piede di parità. Se molti prodotti dei Paesi Acp (Africa, Caraibi, Pacifico) potevano entrare in Europa senza dazi, ed esisteva un meccanismo in grado di dare una certa stabilità ai corsi delle materie prime, l’export europeo verso gli Acp non godeva, per contro, di simmetrici “privilegi”.

Ma il turboliberismo, che negli anni Novanta ha sequestrato l’Organizzazione mondiale del commercio, ha imposto la fine di Lomé. D’ora in poi, tutti “uguali”. Sono così nati gli Accordi di partenariato economico (Epa/Ape). Non a caso, mentre Lomé era di competenza del dicastero per la Cooperazione internazionale e lo sviluppo, gli Epa ricadono ora sotto il commissario al Commercio.

«La conseguenza sarà drammatica per l’Africa – scrive Alex Zanotelli nel suo recente Europa, che cosa ti è successo? (Emi) –: l’agricoltura europea (sorretta da 50 miliardi di euro l’anno) potrà svendere i propri prodotti sui mercati nei Paesi impoveriti. I contadini africani non potranno competere con i prezzi degli agricoltori europei. E l’Africa sarà ancora più strangolata e affamata in un momento in cui il continente nero pagherà pesantemente per i cambiamenti climatici».

Numerose le voci africane che si levano contro questi «accordi di impiccagione». Come quella di Mamadou Cissokho, storico leader di Roppa, la vasta rete di organizzazioni contadine dell’Africa occidentale. A chi lo accusa di protezionismo, risponde: «L’Ue non si è fatta in un giorno. Se oggi è la potenza economica che tutti conosciamo, è anche grazie alle misure di protezione dei propri mercati e prodotti adottate fin dagli anni Cinquanta». Oppure quella del bissau-guineano Carlos Lopes, che l’ottobre scorso si è dimesso da segretario della Commissione economica per l’Africa (Eca), organo Onu, per riconquistare piena libertà di parola. «L’Eca e io personalmente non abbiamo cessato di denunciare gli Epa – dice Lopes –. Non illudiamoci: gli Epa non sono favorevoli all’Africa e costituiscono un freno alla sua industrializzazione».

Certo il ritorno alla vecchia Lomé non arresterebbe di colpo gli sbarchi: fenomeni di questo tipo hanno cause molteplici. Ma sarebbe per lo meno un segnale di coerenza, da parte di un’Europa che non sa o non vuole affrontare le ondate di migranti, mantenere una partnership economica di equità (e non di “uguaglianza”). Vorrebbe dire ricercare soluzioni ”a monte”, che, anche se necessitano di tempi lunghi per sortire i loro effetti, sono le più efficaci. In ogni caso, sicuramente le più dignitose. Come diceva don Milani, «non c’è nulla che sia ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali».

editoriale pubblicato su AFRICA 4/2017
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