La luce del Bwiti

Tradizione rivestita di cristianesimo? Una spontanea inculturazione del Vangelo dai risultati inattesi? Oppure “vino nuovo in otri vecchi”? Il Bwiti dei fang del Gabon rappresenta un caso esemplare di sincretismo.

«Spero di riuscire a sposarmi di nuovo e di avere dei bambini».

«Io ero uno destinato ad essere ricco, con tutto ciò che mio padre aveva fatto per me… ma non lo sono diventato! Degli stregoni mi impedivano il cammino della ricchezza».

«Mi sono sposato con diverse donne, ma ora me ne rimangono solo due».

«Ero cristiano, ma nel cristianesimo non ho trovato nessuna risposta ai miei interrogativi».

Sono queste alcune delle motivazioni che spingono molti gabonesi di etnia fang ad avvicinarsi al Bwiti, una “nuova” religione (se ne hanno notizie a partire dagli anni Trenta, ma il suo boom fu negli anni Cinquanta) che è un tipico – e intricato – caso di sincretismo. Al suo formarsi hanno contribuito fattori vecchi e nuovi: antichi culti resi agli antenati; l’ossessione della stregoneria, alla cui lotta erano dedite società segrete specializzate; l’arrivo della “religione dei bianchi”, con il fascino esercitato specialmente dall’Antico Testamento (non a caso troviamo spesso, tra i “profeti” del Bwiti, ex catechisti e seminaristi); la crescente voglia di riscatto dalla dominazione coloniale. E, non ultimo, il ricorso a una pianta sacra il cui segreto venne carpito alla foresta dai pigmei, e da questi generosamente confidato alle vicine popolazioni bantu. Lo chiamano «legno amaro»: è l’eboga, o iboga.

Mangiare per “vedere”

La vita delle comunità bwitiste, affiliate in almeno una dozzina di “chiese” in Gabon ed estesesi a Camerun e Guinea Equatoriale, conosce due momenti alti: l’iniziazione di un nuovo membro e lo ngoze, la “messa”. Si svolgono inoltre celebrazioni peculiari all’una o all’altra confraternita, come la cerimonia annuale con cui gli adepti della Ayize Endendang (“Conoscenza luminosa”) commemorano la morte violenta, per mano di una novizia, della fondatrice.

L’iniziazione – detta Tobe si, “sedere per terra” – dura normalmente tre giorni (mai di meno). È il rito chiave. Unico nella vita del fedele, attorno a lui converge tutta la comunità, che lo riceve, lo accompagna, lo sostiene. E saranno diversi coloro, soprattutto donne, che dovranno svolgere dei compiti particolari durante il Tobe si, affiancando lo nganga e gli altri officianti, i kombo. Il novizio si sceglie un padrino e una madrina: avrà veramente bisogno del loro conforto e della loro esperienza quando avrà cominciato a mangiare il «legno amaro» che gli provocherà anche frequenti vomiti e abbassamento della temperatura corporea.

La confessione dei peccati, fatta individualmente a un membro della comunità, apre il rito vero e proprio. Se la confessione pubblica è un momento conosciuto in altri culti “tradi-moderni” africani (come nello harrismo che abbiamo presentato sul numero scorso di Africa), è invece alquanto raro trovarla nella forma auricolare propria del Bwiti. La confessione mira anzitutto ad accertarsi che l’iniziando non sia uno stregone (e, se lo fosse stato, che sia davvero pentito e deciso a troncare con i suoi «lavori della notte»). Mentire in questa fase potrebbe provocare dei gravi problemi – fino alla morte – conseguenti alla manducazione dell’eboga. All’iniziando viene applicata tra i capelli, sulla fronte, una piuma di pappagallo. È simbolo del linguaggio che gli sarà necessario per «facilitare la sua comunicazione con le entità divine che egli incontrerà durante la visione», come scrive l’etnobotanico Giorgio Samorini, il primo occidentale a farsi iniziare nell’ordine di Ndea Narizanga.

Il clou del rito sta nella “visione”, provocata dall’ingestione che avviene a digiuno – copiosa ma calibrata dai kombo – di radici di eboga grattugiate. Il momento è così centrale che dà origine a un nome alternativo del Bwiti: “religione dell’eboga”.

Una quantità insufficiente non consentirebbe la visione; un’overdose può portare alla morte (i casi registrati sono una dozzina in quarant’anni). Visione di che? Le testimonianze raccolte assomigliano a dei sogni, nei quali si rileva sempre la presenza forte di qualche familiare defunto, spesso la regressione del soggetto a una fase infantile, luci e colori mai visti, un percorso di andata (fino a sfiorare l’Essere supremo) e ritorno. Non in tutti i casi, però, la visione è giudicata significativa dai ministri cui il novizio la racconta al risveglio.

Essa deve contenere un “messaggio” specifico, lo nkombo, che può talora consistere nella rivelazione di come guarire certe malattie o del modo in cui comunicare con gli antenati.

Per chi supera la prova – fisica, psichica e spirituale al tempo stesso – e diviene così un bandzi (“colui che ha mangiato”), l’esperienza segna un’autentica svolta nella sua vita. Una vera morte e risurrezione. Che non per nulla viene ulteriormente sottolineata da altri momenti rituali, come il battesimo «durante il quale il neofita – racconta il citato Samorini – viene fatto passare attraverso un’apertura a forma di vagina, al centro di un corso d’acqua. E ancora processioni, danze col fuoco, travestimenti rituali, accompagnati da una sfrenata coreografia scenica e musicale». Si dice “danzare il Bwiti”, infatti.

Strane Trinità

Anche l’altro grande rito bwiti, lo ngoze, è scandito sulla triade nascita/morte/risurrezione. Dura tre notti consecutive, ciascuna con il suo nome. Efun è la notte della nascita; Nkeng mwengue della morte e Meyaya della rinascita.

Il tempio è caratterizzato dall’altare e da un palo sacro, evocatore dell’albero della croce come dell’albero della vita. In esso è praticato, vicino alla base, un buco, da dove discendono gli spiriti degli antenati. Vengono poi suonati strumenti musicali, tra i quali essenziale è lo ngombi, che animano le numerose danze rituali. Con il suo suono lamentoso, lo ngombi, arpa sacra a otto o sette corde, è una reincarnazione di Benzoghe, la mitica donna pigmea che per prima fu iniziata dagli antenati, e venne alla fine sacrificata dagli uomini in cambio del dono dell’eboga.

Lungo tutta la cerimonia si fa largo uso del fuoco, alimentato da candele di cera e torce di okoumé a forma di croce. I bandzi hanno il viso dipinto di caolino bianco: è il colore della morte, del mondo degli spiriti. Vestono di bianco, o di azzurro, o di rosso o anche con i colori della bandiera nazionale, a seconda delle confraternite e della notte che si sta celebrando.

I ministri del culto sono diversi. Centrale è la triade di nganga che richiama la Trinità, spesso declinata in forme poco “ortodosse” (Eva, Adamo e Abele; oppure Maria, Gesù, Spirito Santo) che a loro volta fanno allusione ai miti fang della creazione e dei primordi dell’umanità. E c’è anche l’arcangelo Michele che, spada in una mano e torcia nell’altra, si aggira per purificare l’ebanza, lo spazio sacro, raffigurazione simbolica del corpo umano. (La ricerca di purità è quasi un’ossessione, nel Bwiti).

La liturgia si apre con la comunione: una piccola dose di eboga che evidentemente richiama l’iniziazione, ma che assolve anche alla funzione di difendersi dal sonno nella lunga veglia. In certe comunità, questo momento appare particolarmente solennizzato, ricalcato com’è sul corrispondente rito cattolico preconciliare che voleva i comunicandi in ginocchio alla balaustra.

Non avvengono, in ogni caso, transe violente o stati “comatosi” simili a quelli dell’iniziazione. Questi fenomeni sono anzi considerati disdicevoli all’infuori del Tobe si. E neppure – ecco un’altra peculiarità del Bwiti – si praticano guarigioni. Di ciò si occupa, ove necessario, l’Ombwiri, una sorta di “braccio clinico”, tutto femminile, ben distinto dal Bwiti.

Sul fondamento dei martiri

Benché così ricca di riferimenti a simboli, protagonisti e temi teologici ecclesiali, o forse precisamente per questo, la religione che cominciava a prendere forma in Gabon negli anni Trenta non trovò il gradimento dei missionari, che erano all’epoca, per parte cattolica, principalmente gli spiritani (tra di loro, un certo Marcel Lefebvre…). I bwitisti serbano anzi memoria di vere e proprie persecuzioni. Uno dei primi esponenti del clero indigeno, assurto a principale martire (con il nome iniziatico di Komba) del Bwiti, sarebbe stato addirittura avvelenato per ordine dei missionari. E i profeti che crearono l’una o l’altra branca del Bwiti – come Ndong Obame Eya che fondò la più nota, Assumgha Ening (“Inizio della vita”) – lo fecero in nome dei martiri e con lo sguardo al futuro, quando i neri avrebbero finalmente preso in mano il proprio destino e per la creazione stessa si sarebbe inaugurata una nuova era. Negli anni Cinquanta la profezia sembrava prossima a concretizzarsi nell’indipendenza nazionale, sopraggiunta nel 1960.

Che dire, dunque, del sincretismo del Bwiti – il cui nome significa grosso modo “emancipare” ed evoca al tempo stesso la figura dell’antenato e il concetto di illuminazione? È una religione tradizionale che si colora di cristianesimo? O è il Vangelo che ha fatto breccia in una cultura in modo originale, dando luogo a modalità di inculturazione non previste dalla Chiesa? O si tratta invece di una vera e propria costruzione sincretistica, che si serve di materiali preesistenti ma per dare vita a qualcosa di sostanzialmente nuovo? Insomma un classico caso di “resistenza attiva” africana?

Non azzardiamo risposte; è vero che gli studiosi indipendenti propendono per questa terza ipotesi. Per ora limitiamoci a cogliere le differenze che André Mary coglie anche nelle apparenti somiglianze tra Bwiti e messaggio giudeo-cristiano. La sua osservazione è tanto più interessante in quanto uscita da un antropologo e non da un teologo: «La grande preoccupazione dei profeti bwitisti è il modo in cui effettuare il lavoro cerimoniale, sola definizione autentica di “lavoro di Dio”. Questi fondatori o riformatori del culto sono essenzialmente portatori di una “missione di salvezza rituale” che li pone agli antipodi della missione etica dei profeti giudaici». Le Chiese del Risveglio, di ispirazione battista-americana e nell’orbita pentecostale, fanno cadere un giudizio drastico: «In Gesù hai la soluzione, il Bwiti è abominazione».

Quanto ai bwitisti, ritengono in tutta tranquillità di essere loro «i veri cristiani; i cattolici hanno perso la via che porta a Cristo. E i missionari che ci offrono la loro insipida ostia chiedendoci di abbandonare l’eboga, non sanno di cosa parlano». Il fatto è, spiega Onouane Misengué, il giovane che aveva dichiarato di non trovare risposta nel cristianesimo alle sue domande, che questo «è la religione dei bianchi. Tutte le cose della loro religione le ascoltiamo con le orecchie, ma noi – noi fang – non apprendiamo in questo modo. Noi impariamo con gli occhi, e l’eboga è la religione che ci permette di vedere».


 

Visi bianchi, ma non è caolino

Come altri culti e tecniche spirituali di altri continenti, anche il Bwiti esercita una certa attrazione sugli europei. Va però detto che le esigenze e lo sforzo richiesti dal Tobe si sono tali da non far accorrere le masse. Giorgio Samorini testimoniava nel 1996, sul quotidiano Il manifesto, che «l’iniziazione bwitista è dura, non solo meravigliosa. È per questo motivo che tutt’oggi in Gabon non si è sviluppato quel “turismo psichedelico” cosi tipico di altre regioni del mondo».

Da allora sono comunque cominciati ad apparire anche nganga telematici, che da internet invitano all’esperienza. Nga Christine Owondo, per esempio, informa che «le iniziazioni si svolgeranno in una cappella bwitista nei paraggi dell’aeroporto», e promette «sviluppo personale, liberazione interiore, guarigione, contatto con le forze della natura» eccetera. Mentre il Gran Maestro Iniziatore Ikuka chiarisce subito la spesa: circa 1300 dollari, inclusivi dell’acquisto del costume tradizionale e degli altri articoli necessari per l’iniziazione, nonché dei servizi di un interprete.

Tra i francesi che negli ultimi anni si sono sottoposti all’iniziazione, Evelyne-Sarah Mercier, fondatrice di un’associazione per lo studio delle esperienze di morte imminente. Le sono occorse due tappe per arrivare a cogliere il suo nkombo: «Quella dolcezza che provavo era l’amore. L’amore allo stato puro. Finalmente ero iniziata». E Christophe (che mantiene la privacy sul cognome) parla di colori e luci inaudite, e di «un paradiso che può essere percepito solo con lo spirito». La sua conclusione è che «ho più fiducia in me stesso; risolvo i problemi più in fretta; mi esprimo di più e meglio; accetto meglio la mia vita».

Ha fatto l’esperienza anche un duo di «artisti etologi» che si fa chiamare “Art Orienté objet” (Marion Laval-Jeantet e Benoît Mangin). Ne hanno tratto delle foto, una “lanterna” e un video, che sono stati esposti l’estate scorsa al Pac di Milano nel quadro dell’esposizione Arte religione politica curata da Jean-Hubert Martin (lo stesso della celebre mostra Magiciens de la Terre, 1989, e della recentissima Africa Remix). Laval-Jeantet ha anche scritto un libro, Paroles d’un enfant du Bwiti (Paris, 2005): «Questa è la realtà, ci dice Tatayo, il Bwiti permette di toccare la Luce, e la Luce è un tesoro che non è di per sé trasmissibile, perché l’esperienza di ciascuno nel Bwiti è unica. Dunque, è un segreto».

Ci rimane l’impressione che, a parte chi tenta l’iniziazione per seri intenti scientifici, ciò che davvero interessa è sperimentare un allucinogeno che, a quanto pare, non crea dipendenza; l’ibogaina contenuta nell’arbusto sacro sembra anzi essere un valido aiuto nell’interrompere il ciclo della tossicodipendenza. Ma dal fare un “viaggio nell’eboga” a praticare “la religione dell’eboga”, prendendo quindi parte alla vita di una comunità, ce ne corre…


Clan apostolici

«Il profeta Ndong Obame Eya riunì attorno a sé, negli anni Cinquanta, nel suo villaggio di Nzobermitang, gli esponenti di dodici clan della tribù dei betsi, sottogruppo dei fang. La “canonizzazione” di quei clan elevati al rango di “clan originari dell’umanità nera” – ognuno di essi era rappresentato presso la “Porta del Cielo” dai Padri del clan, a loro volta identificati con i “santi apostoli” – prefigurava la futura Chiesa nazionale che avrebbe dovuto aprire la via della Rinascita o, se non altro, della nascita dello stato-nazione gabonese guidato dall’eletto (nel senso politico e religioso del termine) del Bwiti, il presidente Léon Mba» (André Mary, Le bricolage africain des héros chrétiens, Parigi, 2000).

pubblicato su Africa novembre-dicembre 2005
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Un pensiero su “La luce del Bwiti

  1. Articolo ben fatto, chiaro e scorrevole, chissà che un giorno, alle varie branche del Bwiti, possa affiancarsi pure una branca italica del Buiti, al fianco dei babongo, tsogo e fang..e ancora una volta lo sforzo sarebbe: quale liturgia adottare? forse le strategie agrarie ecosostenibili, nate da studi e imitazioni di modelli agricoli millenari, potranno offrire una via da seguire..forse agrobuti potrebbe sbocciare e candidarsi a tale disegno.

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