Non ci crederete, ma questa donna indossa un burqa

Quello qui fotografato era uno dei tanti maxiposter, 6 metri per 3, che qualche settimana fa deturpava i paesaggi urbani italiani.

(A proposito, lo sapete che la città di São Paulo in Brasile ha deciso, un anno fa, di rimuovere ogni sorta di «inquinamento visivo» pubblicitario?). Una delle innumerevoli modelle che ammiccano a chi passa per vendergli – il più delle volte per venderle – i capi d’abbigliamento decretati dalla moda del momento.

Belén Rodríguez è quasi casta nella “reclame” in questione, non dovendo proporre intimo femminile né posare per il calendario di una ditta di caldaie (…calientes per definizione). Non è quindi sulla sua immagine in sé che ci soffermiamo, ma sul suo collegamento con il titolo della collezione autunno-inverno da essa veicolata: Taglia 42. Con assoluta nonchalance, l’azienda Leader Moda ha scelto per titolo della sua collezione il simbolo della gabbia estetico-culturale di cui è prigioniera la donna italiana dei nostri giorni. Oh certo, si tratta di misure (90-69-96, per l’esattezza, quelle della «donna regolare», come le indica un sito di cartamodelli) che non rappresentano istigazione all’anoressia. Ma che sono pur sempre la proiezione di un “pensiero unico” della bellezza femminile occidentale, tormento ed estasi di milioni di donne che si strizzano il corpo quando provano un nuovo abito e che, molto più spesso, si strizzano la psiche nel confronto continuo di sé – anche involontario, ma ineluttabile – con il modello “perfetto” costantemente esposto a una sorta di adorazione perpetua da parte di stilisti, televisione, riviste settimanali e pubblicità.

«Il bendaggio dei piedi in Cina funzionava sullo stesso modello», osserva in L’Harem e l’Occidente Fatema Mernissi, una sociologa marocchina che meriterebbe di essere letta molto di più dalle nostre parti. «Gli uomini dichiaravano belle solo quelle donne che avevano i piedi come quelli di una bambina». Insopportabile ferocia dei maschi cinesi di epoca feudale? Nient’affatto, osserva Mernissi: «Gli uomini cinesi non costringevano le donne a stringersi i piedi in serrati bendaggi per arrestarne il normale sviluppo. Tutto ciò che facevano era definirne l’ideale di bellezza». Ci pensavano poi le donne stesse, «volontariamente», a mutilarsi, «dimostrando così che nella vita l’obiettivo principale era di compiacere agli uomini».

Nel suo libro edito da Giunti nel 2000 (prima dell’11 settembre!), l’autrice – che non è una XXL – non resiste poi a non rievocare una sua personale esperienza di shopping newyorkese. «“Lei è troppo grossa!”, mi disse l’elegante commessa. “Troppo grossa rispetto a cosa?”, le chiesi guardandola attentamente, perché mi accorsi di trovarmi davanti a un serio divario culturale. “Rispetto alla taglia 42”».

Il commento di Fatema, all’interno di un capitolo peraltro molto vivace e ricco di esempi e considerazioni, è micidiale e, a nostro avviso, del tutto pertinente: «Ebbi allora la penosa occasione di sperimentare come l’immagine di bellezza dell’Occidente possa ferire fisicamente una donna, e umiliarla tanto quanto il velo imposto da una polizia statale in regimi estremisti quali l’Iran, l’Afghanistan, o l’Arabia Saudita. Sì, quel giorno inciampai in una delle chiavi dell’enigma della bellezza passiva nelle fantasie dell’Harem Occidentale». Un burqa taglia 42.

pubblicato su Combonifem febbraio 2008

 

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